Approvata la "norma D’Addario": riprese proibite, 4 anni in cella

Si discute di intercettazioni. Al Senato si accapigliano e sembra che, ormai, il testo stia per essere licenziato dalla Commissione che lo studia, anche se ieri è stato rinviato alla prossima seduta l’emendamento sulle pene per i giornalisti per la pubblicazione di atti di un procedimento penale.

Da un lato c’è il dovere di riservatezza assoluta e la parte è quella della magistratura, dall’altro c’è il diritto di cronaca e la parte è quella del giornalismo. Mettere insieme questi diritti e doveri non è facile e non è un caso che la civiltà del diritto occidentale da anni si scervella per trovare il punto di equilibrio e, di fatto, non l'ha ancora trovato. Né lo troverà mai semplicemente perché è impossibile trovarlo in astratto, dipende, di volta in volta, dai casi concreti.

In Italia si è intercettato di tutto. Si è superato il limite della ragionevolezza anche se quest’ultima fosse valutata in relazione ad uno scemo. Cioè si è andati oltre. Questo è il motivo per il quale il Governo ha deciso di mettere un po’ d’ordine in questo vero e proprio territorio dell’illegalità sfuggito completamente di mano.
Un punto di equilibrio definitivo ce lo possiamo dunque scordare ed è bene che sia così. Qualche punto fermo comunque c’è.

Anzitutto la magistratura. Il rubinetto va tenuto chiuso, quell’acqua lì da lì non deve uscire. Questo è il punto fondamentale. Gli altri sono conseguenti, solo conseguenti. Il diritto in gioco è uno di quelli fondamentali legati alla libertà della persona dunque indisponibili a chiunque, Stato compreso. La persona ha il dovere di sottoporsi alle indagini, la Magistratura ha il dovere di mantenere l’assoluto riserbo su di esse nella fase istruttoria. Chi lo viola va contro la libertà individuale con la forza di un ariete.

Da questo punto di vista è sacrosanto che un emendamento preveda il carcere da uno a sei anni per «chiunque rivela indebitamente notizie inerenti ad atti del procedimento penale coperti da segreto, dei quali è venuto a conoscenza in ragione del proprio ufficio». Chiarissimo: o il giornalista si è introdotto nottetempo in tribunale e ha trafugato i documenti, le trascrizioni o i nastri delle intercettazioni, o qualcuno gliele ha date. Andando pesantemente contro la legge.
Questa stessa pena ha da essere comminata anche al giornalista che diffonde le notizie? Come deve comportarsi il giornalista che si trova in mano questo «corpo del reato»? Ha anche in questo caso l’immutato diritto-dovere di cronaca? O carcere anche a lui se diffonde le notizie?

Fino ad ora la Giurisprudenza aveva rinviato alla coscienza del singolo giornalista sostenendo che il limite da porre tra pubblicabile e non pubblicabile doveva essere un limite coscienziale, del giornalista stesso. Lui avrebbe dovuto decidere in relazione ai dettami della propria coscienza individuale.

Questo perché il reato fondamentale, principale è aprire il rubinetto, non far conoscere l’acqua versata. E, semmai, sarebbe da contestare al giornalista la violazione della privacy più che associarlo al reato commesso dalla talpa. Può sembrare questione di lana caprina ma così non è. Se infatti il giornalista viene in possesso di materiale che viola la privacy semmai si associa a quel reato, alla violazione della riservatezza, non alla diffusione illegale delle notizie fatta ad opera del magistrato.

Insomma il reato lo compie il magistrato. Stabilito questo si entra in un terreno scivoloso dove ci vorrebbe maggiore cautela legislativa perché i diritti coi quali si gioca sono di quelli principali della tradizione liberale e sarebbe bene mantenerla.

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