Il vento ha cambiato direzione a partire dal 1988, quando Giovanni Paolo II ha beatificato il gesuita padre Miguel Agustìn Pro, fucilato senza processo aCittà del Messico nel 1927. Dodici anni più tardi lo stesso Papa Wojtyla ha canonizzato altri 25 martiri messicani eda lì inpoi si è alzato il velo di omertà sulla «Guerra dei Cristeros», o Cristiada , unepisodio storico sul quale era calato il silenzio, in Messico ma anche nel resto del mondo. Quella guerra civile durata tre anni, che insanguinò il Paese centroamericanoeprovocò 150mila morti, la maggior parte dei quali campesinos , era come se non fosse mai esistita. Aprovocare la sollevazione in armi di decine di migliaia di contadini, artigiani e piccoli proprietari terrieri fu l’introduzione della cosiddetta «Ley Calles», il provvedimento giuridico che giusto cent’anni fa, 1° agosto del 1926, provò a estirpare il cattolicesimo dal Messico post-rivoluzionario. La legge prese il nome dall’allora presidente Plutarco Elias Calles, uscito vincente dalle faide interne dopo la guerra di liberazione di Pancho Villa eEmiliano Zapata: un uomo legato ai circoli massonici messicani, vicino agli interessi degli Usa e visceralmente avverso alla profonda cultura cattolica del Paese, che considerava retrograda. Anche se poi, in privato, coltivava una morbosa passione per lo spiritismo.
La «Ley Calles» aveva come obiettivo non solo diminuire il peso della Chiesa e del clero nella società messicana, ma abolire di fatto il cattolicesimo attraverso norme repressive che avrebbero reso impossibile persino celebrare Messa. Quindi espulsione dei sacerdoti stranieri, obbligo per i preti di iscriversi ai registri autorizzati dal governo, limitazione del numero dei religiosi sul territorio (nel Chihuahua un governatore particolarmente mangiapreti concesse la presenza di un solo sacerdote in tutto lo Stato, altri di uno ogni centomila abitanti), divieto di portare l’abito talare, chiusura di scuole cattoliche, monasteri econventi, proibizione di svolgere processioni. La follia antireligiosa arrivò addirittura al divieto di utilizzare espressioni come: «Se Dio vuole», «a Dio piacendo».
All’inizio la risposta dei fedeli edella Chiesa messicana, sostenuta dal Vaticano, fu per così dire «gandhiana»: ci furono iniziative di protesta non violente, come il boicottaggio di tutti i prodotti di fabbricazione statale (il consumo di tabacchi crollò del 74%) edei mezzi pubblici, la presentazione di una petizione che raccolse 2milioni di firme (su 15 milioni di abitanti) e l’istituzione di una Lega nazionale di difesa della libertà religiosa. Il governo non diede alcuna risposta e la Chiesa decise infine di compiere un estremo gesto simbolico: a partire dal 1º agosto 1926, in tutto il Messico non si sarebbe più celebrata la Messa né i sacramenti, se non clandestinamente. Apartire dal 3 agosto, tuttavia, la ribellione esplose in modo spontaneo innumerosi Stati del Messico, dal Michoacàn al Jalisco, dal Guanajuato al Querétaro, fino allo Zacatecas e in misura molto minore nel Distretto federale di Città del Messico e nelle regioni del Nord. La risposta del governo di Calles fubrutale ecentinaia di c risteros - così chiamati perché inneggiavano al «Cristo Rey» - vennero impiccati ai bordi delle strade emolte chiese date alle fiamme. Ma il risultato fu che nel giro di pochi mesi la ribellione passò ad avere una milizia popolare di 50mila uomini, comandata da ex ufficiali della rivoluzione delusi dalla politica oppressiva del governo. Alla Cristiada presero parte anche migliaia di donne, inquadrate nelle Brigate femminili di Giovanna d’Arco, che avevano il compito di raccogliere denaro e provviste per i combattenti, curarli enasconderli.
La guerra andò avanti per tre anni con massacri e atrocità da entrambe le parti, come testimoniano anche le opere di Juan Rulfo, il più famoso scrittore messicano, ragazzino all’epoca dei fatti. L’autore di Pedro Pàramo e di La pianura in fiamme non prese mai una posizione netta, ma nei suoi romanzi affrontò spesso il tema della «guerra dei Cristeros » e di quegli anni violenti.
Per molti decenni la Cristiada è rimasta un buco nero nella storia culturale del Messico e forse il contributo più importante a livello letterario è arrivato da uno straniero, un inglese. Nel 1940 Graham Greene scrisse uno dei suoi romanzi migliori, Il potere e la gloria , ambientato negli anni della guerra civile: la storia di un prete alcolizzato e peccatore che svolge il suo compito in clandestinità, viene perseguitato dai federali e quasi in modo involontario diventa martire della fede.
A parte alcuni film messicani nei quali era però chiaro l’intento propagandistico, si è dovuto attendere il 2012 per vedere una grande produzione hollywoodiana ispirata a quei fatti. Cristiada , di Dean Wright, con Andy Garcia, Eva Longoria ePeter O’ Toole èun’opera ispirata in parte all’omonimo libro dello storico franco-messicano Jean Meyer, che negli anni Settanta per primo ha infranto il tabù sulla guerra civile di mezzo secolo prima. Nel film compare anche la figura di Josè Sanchezdel Rio, il ragazzino- martire dei Cristeros assassinato dai federali a quattordici anni per essersi rifiutato di abiurare la fede cattolica. Dieci anni fa, il 16 ottobre del 2016, è stato proclamato santo da Papa Francesco.
