Si sale a Borgo Castello, ad Andora, per una rampa che fino a pochi anni fa non portava da nessuna parte, se non alle rovine di un villaggio medievale inghiottito dall’abbandono. Oggi porta a trentacinque donne dipinte e scolpite tra il Cinquecento e il primo Novecento, radunate sotto il titolo Figure di donna. Provengono, tutte, dalla Fondazione Cavallini Sgarbi. La mostra, curata da Vittorio Sgarbi e Pietro Di Natale, con la supervisione di Elisabetta Sgarbi, apre nel Castello dei Clavesana, appena restituito ai cittadini, tra un oliveto antico e le rovine di un potere che fu. Oltre alla Torre, che domina un golfo azzurro, c’è ancora tutto, in particolare i segni di una devozione umile ma per niente dimessa: l’Oratorio, proprio accanto all’ingresso del Castello, e la Chiesa del Borgo, più in basso. Si lavora per restaurare, anzi: rigenerare, ogni edificio. Le sale sono piccole, bene, si crea subito un’aria di raccoglimento che calza a pennello con una mostra studiata letteralmente al millimetro, anche nei suoi passaggi tematici L’attesa per il “ritorno” di Sgarbi, il quale in realtà non se ne è mai andato, semmai cambiato, è enorme, e infatti il castello è così pieno da far temere che crolli di nuovo. Ed eccolo qua, scende dalla jeep con la sorella Elisabetta e si infila subito nelle sale della mostra.
«L’arte è femminile, per definizione», dice Sgarbi. Come la madre genera la vita, l’artista crea l’opera. Ogni figura femminile dipinta, in questa lettura, è una nuova Eva: «L’archetipo della madre trasposto nel gesto dell’artista che, imitando Dio, prova a farsi demiurgo».
Figure di donna è due volte in controtendenza rispetto alla nostra epoca.
Si contesta, di fatto, il materialismo (gretto e poco impegnativo) e il moralismo (altrettanto gretto e ancor meno impegnativo). Il primo riduce il corpo alla sua finitezza, il secondo giudica il dipinto con sospetto, come se attirasse per forza il desiderio inteso come possesso o addirittura violenza. Qui la bellezza conduce alla contemplazione. Sgarbi lo dice esplicitamente: le donne di questa mostra non devono suscitare «la vertigine predatoria del catalogo di Leporello» (citazione, guarda un po’, dal Don Giovanni di Mozart). Le donne sono «apparizioni» capaci di «rappresentare e annunciare qualche altra cosa». Da questa premessa discende la seconda caratteristica della mostra, forse la più radicale: il rifiuto del dualismo tra sacro e profano applicato alla bellezza femminile.
Sgarbi: «Relegare il nudo o la sensualità a una dimensione soltanto terrena è un errore, perché non c’è niente di più sacro della relazione tra sensualità e spiritualità, due forze che arrivano a coincidere». Amore sacro e amore profano, per lui, sono la stessa bellezza, declinata in momenti diversi, della stessa persona. E tutto sommato, rivendicare la contemplazione è un atto perfino politico, oltre che spirituale.
Poi, in una sala, la teoria si scontra con un quadro che sembra fatto apposta per smentire ogni afflato ideale. È la Cleopatra attribuita ad Artemisia Gentileschi, per decenni creduta di un altro pittore, Guido Cagnacci, e restituita alla vera autrice dopo un restauro che l’ha spogliata di un velo posticcio. Non c’è niente, in questo dipinto, della grazia con cui altri artisti hanno immaginato la regina morente. Sgarbi la descrive senza retorica: un corpo pesante, «mai così abbandonato», una donna che muore senza pensare all’eleganza della propria posa. Sgarbi definisce questa Cleopatra «una donna e basta», corpo prima che anima: «Noi, di questa Cleopatra, sentiamo gli odori, il sudore, la puzza».
È qui che l’approccio spirituale trova, all’apparenza, il suo contraltare più duro: «Cleopatra non vuole più sedurre nessuno. Vuole affrontare la morte, per non sopportare una vita insufficiente.
Si può considerare il manifesto di Artemisia».
È interessante misurare questa Cleopatra con il metro di oggi, un’epoca ossessionata dal corpo delle donne come forse nessun’altra prima: da un lato il bodyshaming, che giudica e umilia i corpi che si scostano dalla idea di perfezione di questa epoca; dall’altro il body positivity, che pretende di correggere quel giudizio con un altro giudizio, ugualmente ansioso, ugualmente concentrato sulla forma. Il Seicento di Artemisia, paradossalmente, aveva più spazio per un corpo non idealizzato di quanto ne abbia il dibattito pubblico contemporaneo, che dei corpi femminili continua a discutere ossessivamente, sia per condannarli sia per difenderli. Il corpo di questa Cleopatra non chiede di essere giudicato bello o brutto, magro o non magro: chiede solo di riconoscere la realtà della morte imminente.
Figure di donna, in poco spazio e poche opere, offre spunti ricchissimi. Si passa, come spiega l’altro curatore, Pietro Di Natale, «dall’universale (le donne dell’allegoria) al particolare del ritratto, dal metafisico allo storico, dal paganesimo al cristianesimo. Testimone di quest’ultimo passaggio è una magnifica Sibilla di Carlo Bononi. La Sibilla era nell’antichità pagana una donna con il dono della profezia. E per questo fu accostata ai profeti della Bibbia». Lo sguardo trasmette una incredibile malinconia, come se la Sibilla piangesse la rovina del mondo pagano. O forse sta scrutando il futuro in cui Gesù sarà crocifisso? Sgarbi: «Una splendida figura ispirata a Michelangelo. La trovai molti anni fa, a Venezia. Rimasi sconvolto dalla schiena muscolosa del messaggero accanto alla Sibilla». Per Sgarbi però il capolavoro più amato è la Santa Maria Maddalena del Morazzone: «L’estasi qui diventa quasi orgasmo. Santa e blasfema».
Ad aprire (e chiudere) la mostra è un sensualissimo vaso-ritratto, 1920 circa, di Renato Bertelli. La donna è la marchesa Luisa Casati in maschera di Medusa. La nobile fu amante di Gabriele d’Annunzio e fece della propria vita un’opera d’arte, anche grazie a una cospicua eredità. Era un po’ sopra le righe, visto che andava in giro con un ghepardo al guinzaglio o un pitone al collo nella sua magione dove i servitori erano nudi. Come si fa a non emozionarsi per un capolavoro (o una donna, è la stessa cosa) simile? E se Bertelli, per altro autore di numerosi soggetti sacri, non conduce alla contemplazione. Beh, fa lo stesso, nell’attrazione non c’è niente di male.
D’altronde, la libertà non può escludere la seduzione
