Per anni la parola d’ordine è stata integrazione. Ma l’integrazione presuppone una condizione essenziale che oggi, in molte realtà italiane, sembra sempre più difficile da garantire: l’incontro.
Il caso dell’istituto Caio Giulio Cesare di Mestre - dove ormai, all’asilo, i bambini italiani sono solo su due su 102 - è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più profondo. Non un episodio isolato, ma l’ultimo tassello di una lunga serie di vicende che per anni sono state archiviate come eccezioni e che oggi, invece, delineano una trasformazione ormai evidente. Una nuova «normalità». Mestre, Pioltello, Sesto San Giovanni, Torino, Brescia, Monfalcone. Città diverse, accomunate dalla stessa vocazione e traiettoria. Sono territori del Nord produttivo nei quali la crescita delle comunità straniere è andata di pari passo con la necessità del sistema economico di reperire nuova manodopera.
Un cambiamento iniziato nei luoghi di lavoro e approdato inevitabilmente nelle scuole, dove per anni si è confidato nella naturale capacità dei più piccoli di integrarsi.
L’idea era semplice: sarebbero stati i bambini, con la loro innocenza, a fare da ponte tra culture diverse. La realtà, però, si è rivelata ben più complessa. Dal corso sull’hijab organizzato dall’Istituto Bachelet di Abbiategrasso alla scuola Iqbal Masih di Pioltello, rimasta chiusa durante il Ramadan; dai bambini di un asilo trevigiano fatti prostrare davanti all’imam della moschea di Susegana agli istituti veneziani dove gli studenti con background migratorio rappresentano ormai la quasi totalità degli iscritti, il tema non riguarda più soltanto l’accoglienza. È quello della convivenza. Perché se accogliere è una scelta, convivere è una sfida dalla quale non ci si può sottrarre. E infatti, sul caso dell’istituto Caio Giulio Cesare di Mestre, interviene proprio la «pasionaria» Anna Maria Cisint, eurodeputata della Lega ed ex sindaco di Monfalcone, che da anni denuncia le criticità nell’integrazione delle comunità musulmane. «Con dieci anni di battaglie da sindaco di una città con una presenza musulmana fra le più alte d’Italia posso testimoniare quanto la preponderante presenza di alunni stranieri nelle nostre scuole non solo svilisca e comprometta la didattica, ma rappresenti anche un fattore insopportabile di condizionamento educativo nei confronti dei nostri giovani», afferma.
E proprio da Monfalcone arriva anche la voce del sindaco Luca Fasan: «Monfalcone è ormai al 33% di residenti stranieri e questo si riflette pesantemente anche nelle scuole. Si è arrivati a situazioni in cui, su 25 studenti, quelli italiani non arrivano a contarsi sulle dita di una mano. Ciò che crea i problemi maggiori è la forte componente islamica che obbliga i giovani alle leggi coraniche.
Basti pensare al digiuno di questi alunni durante il Ramadan o ai limiti nell’esercizio della ginnastica delle ragazze musulmane, obbligate nei veli e nei vestiti tradizionali dell’Islam». Ciò fino ad arrivare ai casi, ben più gravi, di bambine ritirate da scuola prima del diploma e costrette a matrimoni precoci nel Paese d’origine.
