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La vera domanda non è se le macchine diventeranno più intelligenti, ma se l’uomo saprà restare umano

Un programma di intelligenza artificiale può fornire spiegazioni, correggere esercizi, sintetizzare testi e rispondere a domande. Ma può motivare uno studente scoraggiato? Può intuire la sofferenza nascosta dietro un silenzio improvviso?

La vera domanda non è se le macchine diventeranno più intelligenti, ma se l’uomo saprà restare umano

«Sono un’insegnante di latino in un liceo scientifico della provincia di Milano da oltre trent’anni. In questi giorni accompagno i miei studenti che stanno affrontando l’esame di maturità. Sono molto preoccupata della velocità con cui si diffonde l’uso dell’intelligenza artificiale, spesso senza alcun senso critico. Ho il timore che, piano piano, possa rimpiazzare gli esseri umani in tante attività educative e lavorative. La mia è una preoccupazione eccessiva?».
È questa una domanda che mi è giunta nei giorni scorsi da una lettrice attraverso i miei canali social (donWalterInsero). Una domanda che, ne sono certo, appartiene non soltanto al mondo della scuola, ma a moltissime persone. Genitori, lavoratori, professionisti e studenti: tutti ci stiamo interrogando sul futuro che ci attende in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sta entrando con rapidità crescente e in modo sempre più pervasivo in ogni ambito della nostra vita. La preoccupazione della nostra lettrice non è infondata. Sarebbe ingenuo negare che l’intelligenza artificiale stia modificando profondamente il modo di lavorare, studiare, comunicare e persino pensare. Alcune professioni cambieranno radicalmente, altre nasceranno, altre ancora potrebbero scomparire. Come ogni grande rivoluzione tecnologica della storia, anche questa suscita entusiasmo e timori. A differenza delle precedenti, però, l’intelligenza artificiale si distingue per la sua straordinaria complessità e per la capacità di incidere direttamente sui processi decisionali, tanto da non poter essere considerata uno strumento del tutto neutrale.
Tuttavia, il vero interrogativo non è se le macchine diventeranno più intelligenti, ma se gli uomini sapranno restare pienamente umani e conservarne il controllo. Proprio su questo punto offre una riflessione preziosa la recente enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, dedicata alla custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Il Pontefice non condanna la tecnologia, né invita a temerla. Al contrario, riconosce le enormi opportunità che essa può offrire alla medicina, alla ricerca, all’educazione e alla vita sociale. Ma ricorda con forza che ogni innovazione deve rimanere al servizio della persona e non trasformarsi mai in un criterio per misurarne il valore. L’intelligenza artificiale deve essere al servizio dell’uomo, non l’uomo al servizio dell’intelligenza artificiale. La dignità umana non dipende dall’efficienza, dalla produttività o dalla velocità di elaborazione delle informazioni. È un valore non negoziabile che precede ogni tecnologia e che nessuna macchina potrà mai possedere.
Pensiamo proprio all’ambito dell’insegnamento. Un programma di intelligenza artificiale può fornire spiegazioni, correggere esercizi, sintetizzare testi e rispondere a domande. Ma può motivare uno studente scoraggiato? Può intuire la sofferenza nascosta dietro un silenzio improvviso? Può trasmettere entusiasmo, passione e fiducia? Può mettersi in ascolto e prendersi cura di uno studente?
Educare non significa soltanto trasmettere nozioni. Significa accompagnare una persona nella scoperta di sé e del mondo. È un incontro tra libertà, rispetto e responsabilità. Nessun algoritmo potrà sostituire completamente lo sguardo di un insegnante che conosce i propri ragazzi, ne comprende le fragilità e ne valorizza i talenti. Lo stesso vale per molti altri ambiti. L’intelligenza artificiale può elaborare dati, ma non può amare. Può simulare una conversazione, ma non tessere una relazione autentica. Può generare parole, ma non creare un vero dialogo. Può imitare alcuni processi del pensiero umano, ma non possiede coscienza, compassione, libertà morale né capacità di dono.
La sfida più grande non consiste nel difenderci dall’intelligenza artificiale, ma nel non dimenticare ciò che rende unica l’intelligenza umana. In questo processo, che si inscrive in un grande cambiamento d’epoca, rischiamo infatti di considerare superflue proprio quelle dimensioni che ci rendono veramente umani: l’ascolto, l’empatia, la creatività, l’amore, la cura degli altri.
Non dobbiamo avere paura del progresso, ma neppure adorarlo come una nuova divinità capace di risolvere ogni problema. La tecnologia è un mezzo; la persona umana rimane il fine. Per questo la vera sfida del futuro non sarà costruire macchine sempre più simili agli esseri umani, ma formare esseri umani sempre più consapevoli della propria irripetibile dignità.

Perché il progresso non si misura soltanto da ciò che siamo capaci di costruire, ma soprattutto da ciò che scegliamo di diventare. E il giorno in cui dimenticassimo chi siamo, nessuna intelligenza artificiale potrebbe ricordarcelo.

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