“Quando un minore arriva solo, senza una rete familiare stabile e con un percorso migratorio che può essere stato segnato da violenze, debiti o aspettative difficili da sostenere, la sua vulnerabilità rischia di diventare un punto di accesso per chi vuole sfruttarlo. Le reti criminali non vedono soltanto una persona fragile: vedono qualcuno che può essere isolato, ricattato e progressivamente reclutato”. È quanto afferma Paola La Salvia, richiamando l’attenzione sul rapporto tra fragilità sociale e coinvolgimento dei minori stranieri non accompagnati nelle economie illegali.
Il punto di partenza, sottolinea La Salvia, deve però essere netto: non esiste alcun automatismo tra condizione migratoria e criminalità. “Parlare di vulnerabilità come fattore criminogeno non significa considerare questi ragazzi naturalmente inclini al reato. Significa riconoscere che, quando mancano protezione, legami e opportunità credibili, aumenta lo spazio nel quale soggetti criminali possono inserirsi”. La vulnerabilità, dunque, non è una causa inevitabile, ma una condizione che può essere trasformata in rischio dall’ambiente circostante.
Le dimensioni del fenomeno rendono la questione particolarmente rilevante. Secondo il Rapporto di approfondimento semestrale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, al 31 dicembre 2025 erano presenti in Italia 17.011 minori stranieri non accompagnati; l’88,6% era di sesso maschile e il 58,5% aveva 17 anni. Numeri che non dicono nulla, da soli, sul coinvolgimento in attività illegali, ma mostrano quanto sia ampia la platea da accompagnare e quanto sia breve, per molti ragazzi, il tempo disponibile prima della maggiore età.
“La fragilità nasce spesso dalla sovrapposizione di più fattori: l’assenza della famiglia, la difficoltà linguistica, l’incertezza sul futuro, eventuali traumi, la precarietà abitativa e la pressione a inviare denaro nel Paese d’origine. Se a questo si aggiungono tempi lunghi per la formazione o l’ingresso regolare nel lavoro, l’offerta criminale può apparire come la risposta più rapida a bisogni reali”. Il rischio cresce soprattutto quando la fragilità individuale incontra un territorio nel quale sono già presenti mercati illegali e gruppi capaci di offrire denaro, protezione e appartenenza.
Il reclutamento, in molti casi, non avviene con una proposta esplicita né attraverso un ingresso immediato in un’organizzazione strutturata. Può iniziare con piccoli favori, consegne, attività di vedetta, custodia di merce o movimentazione di denaro. L’incarico iniziale viene presentato come occasionale e a basso rischio; successivamente aumentano la dipendenza economica, le informazioni condivise con il gruppo e la possibilità di subire minacce. “È un avvicinamento graduale, nel quale il ragazzo può non percepire subito di essere entrato in un circuito dal quale sarà difficile uscire”.
Anche gli spazi digitali possono accelerare questo processo. Contatti apparentemente informali, promesse di guadagno e modelli di successo costruiti sull’ostentazione di denaro e potere possono raggiungere giovani che si sentono esclusi dai percorsi ordinari. «Il reclutamento non comincia sempre in strada. Può partire da una chat, da una conoscenza online o da una richiesta che sembra innocua. Per questo la prevenzione deve saper leggere anche la dimensione digitale, senza trasformare ogni comportamento adolescenziale in un indicatore criminale».
Le condotte devianti possono essere apprese nei gruppi di prossimità, mentre legami deboli con scuola, lavoro e adulti di riferimento riducono le protezioni che sostengono un percorso legale. “Il gruppo criminale può colmare un vuoto: offre regole, identità e riconoscimento, ma trasforma il bisogno di appartenenza in uno strumento di controllo”.
Un aspetto decisivo riguarda la linea, spesso sottile, tra autore di reato e vittima di sfruttamento. Un minore può commettere una condotta penalmente rilevante e, nello stesso tempo, essere stato condizionato da debiti, minacce o dipendenze create da adulti. “Riconoscere questa ambivalenza non significa cancellare la responsabilità, ma valutarla correttamente e individuare chi trae profitto dalla condotta del ragazzo”. Una risposta efficace deve quindi accertare il reato e, insieme, verificare la presenza di coercizione, tratta o sfruttamento.
Il passaggio alla maggiore età è uno dei momenti più delicati. La prevalenza dei diciassettenni tra i minori soli presenti in Italia indica una finestra di intervento molto ridotta. Alla soglia dei 18 anni possono cambiare l’accoglienza, il titolo di soggiorno, i riferimenti educativi e le possibilità di sostegno. “La maggiore età non può diventare un vuoto amministrativo. Se il percorso avviato si interrompe proprio quando il ragazzo deve costruire la propria autonomia, il rischio è di consegnarlo a chi offre soluzioni immediate, anche illegali”.
La prevenzione richiede perciò una rete stabile tra comunità di accoglienza, tutori, servizi sociali e sanitari, scuola, formazione professionale, giustizia minorile, forze di polizia e terzo settore. Assenze improvvise, disponibilità di denaro non spiegata, frequenti cambi di telefono, la presenza costante di adulti controllanti o un forte stato d’ansia legato ai debiti possono essere segnali da approfondire, mai prove automatiche. “L’osservazione precoce serve a proteggere, non a etichettare. Se diventa sorveglianza indiscriminata, produce sfiducia e allontana proprio chi dovrebbe chiedere aiuto”.
Accanto all’individuazione del rischio servono alternative concrete: apprendimento della lingua, orientamento legale, sostegno psicologico e mediazione culturale, formazione certificata, tirocini tutelati, accesso regolare al lavoro e soluzioni abitative per il periodo successivo ai 18 anni. Non basta indicare una possibilità futura; occorre costruire un progetto individuale con tempi comprensibili e risultati visibili. “L’economia illegale ha il vantaggio della velocità. Le istituzioni devono essere capaci di offrire una prospettiva credibile prima che quel vantaggio diventi decisivo”.
Per La Salvia, sicurezza e inclusione non sono obiettivi contrapposti. Condividere informazioni tra i soggetti coinvolti, nel rispetto dei diritti dei minori, valutare l’efficacia dei percorsi e garantire continuità educativa permette di ridurre sia lo sfruttamento sia la capacità di reclutamento delle reti criminali. L’attenzione deve concentrarsi sui fattori di rischio e sui contesti, non sulla nazionalità: povertà relazionale, isolamento e assenza di opportunità possono esporre qualunque adolescente.
“Ogni vuoto educativo, sociale o istituzionale viene occupato da qualcun altro. Se arrivano prima le reti criminali, il bisogno di denaro e riconoscimento diventa uno strumento di assoggettamento. Prevenire significa arrivare prima e rendere credibile un’alternativa”. Proteggere i minori soli, conclude La Salvia, non è soltanto una responsabilità sociale: è una scelta di sicurezza per l’intera comunità.
