Ci sono due mestieri che hanno in comune una sola cosa, ed è la più scomoda di tutte: cominciare un lavoro senza sapere se si farà in tempo a vederlo finito. Uno è costruire. L’altro è cercare una cura.
A Bergamo, l’altra sera, si sono seduti allo stesso tavolo. L’incontro si chiamava «Costruiamo insieme la ricerca», lo ha promosso 11th Group, che di mestiere tira su edifici, con il patrocinio di Confapi Bergamo e insieme alla Fondazione Umberto Veronesi. In sala i saluti di Michele Lamera, presidente di Confapi Bergamo, di Gianfranco Gafforelli, presidente della Provincia, della sindaca Elena Carnevali e del consigliere regionale Michele Schiavi. Poi gli interventi veri: Luca Bazzocco, amministratore delegato e fondatore di 11th Group, il professor Paolo Veronesi, presidente della Fondazione, e Valentina Gambino, che per la Fondazione coordina le piattaforme di ricerca e cura.
Detta così sembra una di quelle serate in cui ci si dice che bisogna fare rete. Invece sotto c’era qualcosa di più ruvido.
Bazzocco, per spiegare perché un’impresa edile debba finanziare l’oncologia, non ha citato un report. Ha citato un film, Un sogno per domani: la storia di un aiuto costruito per moltiplicarsi, dove chi riceve non restituisce a chi gli ha dato ma passa avanti ad altri tre. «Non è importante che il sostegno sia in termini di tempo o di denaro: ciò che conta è poter contribuire», è il senso di quello che ha detto. Ci sono sfide che nessuno affronta da solo, e che chiedono competenze, soldi e una cosa che in Italia scarseggia più dei soldi: una visione lunga.
Il professor Veronesi ha portato i numeri e il peso. La Fondazione ha finanziato oltre 2.600 ricercatori. Immunoterapia, terapie a bersaglio molecolare, terapie cellulari hanno cambiato la vita di moltissimi malati: si guarisce, o si convive a lungo con la malattia tenendosi una vita decente. E poi ci sono le trincee che non si sono mosse, il tumore del pancreas, certi tumori cerebrali, dove la medicina ha ancora pochissimo da offrire. La frontiera oggi sono i vaccini terapeutici personalizzati contro il melanoma, pensati per impedire che il male torni, e l’intelligenza artificiale che legge le immagini diagnostiche e scova il rischio prima che diventi diagnosi.
Veronesi ha detto anche un’altra cosa, e questa fa male. Che i ricercatori italiani sono spesso costretti ad andare all’estero per trovare un posto all’altezza di quello che sanno fare. Li formiamo noi, li paghiamo noi, e poi li regaliamo. È il nostro modo nazionale di investire sul futuro: produrre cervelli di prima qualità e lasciare che li assuma qualcun altro. Una serata in cui un costruttore mette soldi perché qualcuno possa restare a fare ricerca qui non è beneficenza, è una toppa su un buco di sistema. E va detto, perché il merito di chi mette la toppa si misura su quanto è grande il buco.
C’è poi la parte meno spettacolare e più nostra: la prevenzione. Mangiare in modo decente, muoversi, non fumare, non esagerare con l’alcol. Una quota tutt’altro che piccola dei tumori si potrebbe evitare così, senza laboratori e senza fondi, solo con la fatica quotidiana di non fare quello che ci piace. Qui la ricerca non c’entra. C’entriamo noi.
E infine c’è la città in cui tutto questo è stato detto. Bergamo è il posto dove, sei anni fa, abbiamo visto cosa succede quando la medicina non ha una risposta pronta: una fila di camion militari di notte, e un silenzio che chi c’era non si è più tolto dalle orecchie. Non è stato ricordato, l’altra sera, e forse non serviva. Ma è il motivo per cui in quella sala la parola «ricerca» non suonava come una parola da convegno.
Resta l’immagine da cui siamo partiti, che non è un modo di dire. Chi costruisce lo sa meglio di chiunque: le fondamenta sono la parte più costosa, la più lunga, l’unica che nessuno vedrà mai. Si scava, si arma, si getta, e per mesi sembra che non stia succedendo niente. Poi un giorno il palazzo sta in piedi e nessuno pensa più a quel buco nel terreno.
La ricerca funziona uguale. E ha lo stesso identico nemico: l’impazienza di chi paga.
