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Attualità

I “teatri condominiali” patrimonio Unesco

Spazi dell’Italia centrale di alto valore sociale

teatro
ANCONA, 18 APR - Inaugurazione anno accademico Università di Macerata al Teatro Lauro Rossi.

C’è un uomo che attraversa la piazza in una sera di gennaio e ha una chiave in tasca. Non è la chiave di casa. È la chiave del palco, secondo ordine, numero undici, e quel palco è suo come sono suoi la vigna sotto il paese e il cognome che porta. Dentro ci ha messo due sedie impagliate, uno specchio, una tenda di velluto, uno scaldino per l’inverno. Apre, si siede, e da lì guarda un mondo che non vedrà mai: la Spagna, l’Egitto dei faraoni, una scozzese che impazzisce d’amore e ci mette venti minuti a morire cantando. Fuori dal portone il paese ha milleottocento anime, tre osterie e il fango fino alle caviglie. Dentro c’è l’Europa.

Questo è quello che il Comitato del Patrimonio mondiale, riunito a Busan, in Corea del Sud, ha appena iscritto nella lista dell’Unesco. Nella lingua dei dossier si chiama «sistema dei teatri condominiali all’italiana del XVIII e XIX secolo nell’Italia centrale». Sono 10 e portano l’Italia a sessantadue siti riconosciuti, primato mondiale, come ci ricordano ogni volta con quel tono da medagliere olimpico. Non è un edificio, dicono, è un sistema. È vero. Ma la parola esatta è un’altra, ed è una parola che oggi ci fa sorridere. Condominio. Eccoli: il Pergolesi di Jesi, il Ventidio Basso di Ascoli, il Mariani di Sant’Agata Feltria, il Serpente Aureo di Offida, il Rossi di Macerata, il Feronia di San Severino, il Gentile da Fabriano, il Bramante di Urbania, il Menotti di Spoleto e il teatro dell’Aquila di Fermo.

Nascevano così: un gruppo di cittadini, nobili spiantati, notai, speziali, mercanti di grano, medici condotti, metteva insieme il denaro e comprava le quote dell’edificio. Ognuno prendeva un palco, qualcuno due. Il notaio scriveva. Da quel momento il palco era un bene, come una casa o un pezzo di terra. Si ereditava. Si vendeva. Finiva nelle cause tra fratelli. C’è chi lo lasciò per testamento al primogenito e chi lo impegnò per pagare un debito di gioco. Non era un dono del principe, non era una concessione del governo pontificio. Era roba tua e ci tenevi. Quei paesi non costruirono il teatro perché avevano la cultura. Lo costruirono perché volevano stare al mondo. Il teatro era la prova che quel posto esisteva, che non era soltanto un grappolo di case sopra una curva del fiume. Era vanità, ambizione, invidia verso il paese vicino, desiderio di far vedere alla figlia del farmacista che anche lì si poteva sentire Rossini. Le cose belle nascono quasi sempre da moventi discutibili. Le cose che nascono da moventi nobili di solito le finanzia l’Unione europea e non le guarda nessuno.

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