Sono tre giovani, tutti nati tra il 2005 e il 2008, italiani di seconda generazione con origini nordafricane, i responsabili dell’aggressione al rabbino Zemak in piazza Bande Nere. Tutti e tre avevano già precedenti per reati contro il patrimonio e contro la persona. Il rabbino stava aspettando l’autobus 67 quando i tre lo hanno individuato e aggredito, strappandogli il cappello nero che porta abitualmente. Non lo hanno gettato via: se lo sono passati, mettendoselo in testa a turno, come un trofeo da esibire davanti a lui. Zemak si è allontanato per andare a prendere i suoi bambini. Ma al ritorno, alla fermata del 98, sempre in piazza Bande Nere, i tre erano ancora lì: non se n’erano andati. È in quel momento che il rabbino ha chiamato la sicurezza della comunità ebraica, dando avvio alla catena di eventi che ha portato all’arresto.
La Digos, avvertita e arrivata sul posto, ha seguito i tre giovani, li ha rintracciati e fermati. Ha ricostruito la dinamica dei fatti grazie anche al video girato dallo stesso rabbino, che ha immortalato i tre mentre si allontanavano dal luogo dell’aggressione. Per uno dei tre è scattato l’arresto, con l’accusa di tentata rapina aggravata dall’odio antisemita. Gli altri due sono stati denunciati a piede libero, sempre con l’aggravante della discriminazione religiosa. “Loro non sono più forti, noi andremo sempre avanti”, racconta Zemak, che tiene a precisare di non sentirsi affatto demoralizzato né toccato nell’intimità da quanto accaduto. “Non dobbiamo essere al loro livello”, ripete, quasi a voler spegnere ogni tentazione di rivalsa.
Il rabbino ammette di essere ancora un po’ scosso. Ma racconta anche altro: da quando la notizia si è diffusa, ha ricevuto moltissime richieste dalla comunità per tenere lezioni di Torah. Ed è proprio questo, dice, a farlo sentire sicuro, quasi sereno — il fatto che da un episodio così brutto sia nato qualcosa di positivo, condiviso, invece che il contrario. Un episodio che si aggiunge a un clima di crescente tensione nei confronti della comunità ebraica milanese, in un contesto in cui gli episodi di intolleranza si moltiplicano.
