Il politicamente corretto entra negli uffici comunali. E questa volta non si limita alle solite raccomandazioni sul linguaggio rispettoso. L’Unione dei Comuni della Bassa Romagna ha pubblicato le “Linee guida per il linguaggio di genere e delle differenze”, un documento destinato anche alla comunicazione istituzionale e agli atti amministrativi. Diciassette pagine nelle quali trovano spazio patriarcato, identità di genere, pronomi, linguaggio intersezionale e persino l’invito a “evitare di riferirsi alla dimensione biologica” delle persone.
La premessa è già un programma. “Le parole non sono neutre”, si legge nel documento, perché possono contribuire a combattere le disuguaglianze e abbattere barriere sociali e culturali. La comunicazione inclusiva, inoltre, non riguarderebbe soltanto ciò che viene scritto o pronunciato, ma anche “immagini, gesti, tono della voce e aspetti para verbali”, secondo un approccio definito esplicitamente “intersezionale”.
Non manca il riferimento alla “visione di una società patriarcale”, accusata di aver storicamente limitato gli immaginari legati al genere. La contemporaneità, secondo le linee guida, richiederebbe invece un “cambiamento profondo” che dovrebbe passare anche dal modo in cui si parla e si scrive. Due priorità: evitare incongruenze tra il genere della persona di cui si parla e il genere grammaticale utilizzato; scegliere l’articolo appropriato per i termini invariabili o epiceni.
Da qui parte una lunga opera di revisione del vocabolario quotidiano della pubblica amministrazione. Il maschile sovraesteso va evitato ove possibile; meglio rendere espliciti entrambi i generi oppure ricorrere al cosiddetto “oscuramento del genere”, sostituendo ad esempio “i dipendenti” con “il personale dipendente”. Persino negli esempi finali il cambiamento viene messo nero su bianco: “Gli anziani devono fare richiesta” diventa “Le persone anziane devono fare richiesta”, mentre “Un gay ha raccontato la sua esperienza” viene corretto in “Una persona omosessuale/gay ha raccontato la sua esperienza”.
Il passaggio più significativo, però, arriva nella sezione dedicata alla comunicazione individuale. Quando non si conoscono articoli e pronomi da utilizzare, si invita il personale ad ascoltare quelli scelti dalla persona interessata e ad “adeguarsi di conseguenza”. Subito dopo arriva l’indicazione destinata probabilmente a far discutere di più: “Evitare di riferirsi alla dimensione biologica della persona con cui si sta parlando”.
La stessa impostazione ritorna nel capitolo sulle identità Lgbt. La comunicazione dovrebbe evitare ogni supposizione sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere e rispettare “l’autoidentificazione delle persone”. Viene inoltre consigliato di parlare di “persone trans” anziché utilizzare termini come “transessuali” o “transgender”.
Non è soltanto il genere a finire sotto la lente. “Un povero”, “un anziano” e “un disoccupato” sono espressioni da sostituire rispettivamente con “una persona in difficoltà economica”, “una persona anziana” e “una persona in cerca di occupazione”, per evitare di ridurre l’individuo alla propria condizione. Anche la parola “razza”, secondo la guida, “non deve mai essere usata”, se non quando si discute il concetto stesso.
Gli autori tengono a precisarlo: non si tratterebbe di un “dizionario del politicamente corretto”, ma di un invito a riflettere sul potere delle parole. Eppure, tra formule consigliate, espressioni da abbandonare, pronomi da rispettare e indicazioni sulla stessa “dimensione biologica”, il confine appare quantomeno sottile. Il punto non è contestare la buona educazione né il rispetto delle persone. È capire fino a che punto una pubblica amministrazione debba trasformarsi anche in laboratorio di rieducazione linguistica.
