La rete fa paura. Ma l’odio attira. È un cortocircuito tutto italiano quello che emerge dall’ultimo rapporto Eu Kids Online sull’uso del digitale tra bambini e adolescenti tra i 10 e i 16 anni in 19 Paesi europei appena diffuso.
Questa volta, ancora più dell’ultima rilevazione avvenuta nel 2018 (e pubblicata nel 2020) tocca guardarci in casa. Perchè è qui, in Italia, che i numeri si fanno più preoccupanti. Appena il 19% di ragazzini ammette di sentirsi sicuro on line. Meno di uno su cinque. Siamo gli ultimi, in fondo alla classifica contro una media continentale parecchio più alta, il 48%. La Polonia, penultima, è già al 31%. Eppure il 15% degli stessi ragazzini italiani - uno su sette - confessa di andare volontariamente a cercare contenuti d’odio, violenti, razzisti, discriminatori. Peggio di noi, in questo caso, solo la Romania.
Odio normalizzato
Sembrano due diverse anomalie, apparentemente in contrasto tra di loro. Ma non è così. Giovanna Mascheroni, docente di Media Digitali e Società, all’Università Cattolica di Milano, referente italiana di Eu Kids Online, spiega che un ambiente percepito come ostile non produce prudenza, produce assuefazione. Prima si inorridisce, poi ci si corazza, poi ci si abitua. Dopo, è facile oltrepassare la linea di confine. «Il rischio - traduce Mascheroni - è una diffusa desensibilizzazione rispetto all’hate speech fino a farlo diventare normale». Ed allora eccoli lì, quei 4 ragazzini su 5, ancora con un piede nell’infanzia perchè la fascia di età sfiora gli ultimi due anni delle elementari che cliccano, scrollano, cercano, interagiscono nella rete ben prima di quanto dovrebbero, con la precoce consapevolezza di muoversi dentro un luogo che fa paura. Con una differenza marcata di genere: il 13% delle ragazze contro il 24% dei maschi. Il problema non sta nelle competenze tecniche. Più della metà, il 58%, sa cosa fare quando qualcuno si comporta in modo sgradevole. Bloccare. Segnalare. Il merito, sottolinea Mascheroni, è soprattutto delle campagne fatte nelle scuole che hanno insegnato i gesti dell’autodifesa. Si conoscono i pulsanti, ma non si controllail clima. «C’è una questione di competenze digitali - aggiunge la docente - ma anche una minore percezione e confidenza nelle proprie abilità». Solo il 14% sa di poter trovare nella rete persone gentili e collaborative. Tutti gli altri vivono il web come una piazza in cui si entra già pronti allo scontro, dove la regola è l’ostilità. «E il fatto che lo sia davvero si evince - insiste Mascheroni - proprio dal dato relativo ai messaggi di odio, contenuti razzisti e discriminatori».
L’offesa in rete
Il confronto con cinque anni fa è evidente. Allora solo l’11% dichiarava di avere avuto un’esperienza online che lo aveva turbato nell’ultimo mese. Oggi sono il doppio, il 22%. Il 51% dei minori italiani ha dichiarato di essere stato trattato in modo offensivo o sgradevole, il 41% faccia a faccia, il 20% online. Il confine tra vita reale digitale è ormai una velina. L’insulto nato sullo schermo, entra in classe. L’umiliazione subita a scuola si amplifica nelle chat.
Poi c’è l’odio propriamente detto. Il 62% dei ragazzini italiani nell’ultimo anno si è imbattuto - senza andare a cercarli - in contenuti o messaggi che incitano alla discriminazione, alla violenza contro persone o intere categorie di persone in base al colore della pelle, alla provenienza dei genitori, al genere, all’orientamento politico, all’aspetto fisico (erano il 36% nel 2020). Mentre il 31% li ha visti almeno una volta al mese, triplicati rispetto a 5 anni fa (era il 10%). «A furia di alzare la soglia i contenuti d’odio non creano più turbamento, disagio, rabbia». Ina parte di responsabilità, spiega la docente, è data anche dalla policy di moderazione dei contenuti, modificata dai social media che, per «non limitare la libertà di espressione, espone i minorenni a contenuti inadatti alla loro età».
Cellulare-manìa
Conta anche il tempo che i ragazzini trascorrono online. L’87% degli adolescenti europei usa il cellulare ogni giorno, passando dal 27% dei bambini di 10 anni al 76% degli adolescenti tra i 15 e i 16 anni. Ma con due terzi dei minori europei che già utilizzano l’IA come supporto all’apprendimento e per risparmiare tempo. Ed è qui che i rischi diventano ancora più insidiosi. «Ci stiamo focalizzando sui social ma l’Ia è già entrata nelle loro vite» conclude Mascheroni.
E si scontra con un altro dato altrettanto pericoloso. Solo il 18% ha competenze adeguate nella gestione critica dell’informazione: capire se una notizia è vera, verificare una fonte, riconoscere una manipolazione. Una competenza che cresce troppo lentamente con l’età. Il 12% per i bambini di 10 anni, 18% degli 11/14enni per arrivare solo al 21% tra i 15 e 16 anni. Scarsa capacità critica, con mezzi sempre più potenti, a un’età sempre più precoce e anestetizzati all’odio. E quando l’odio smette di fare paura ha già vinto.
