Sappiamo chi ha ucciso Paolo Borsellino. Sul perché continuiamo invece a interrogarci da 34 anni. E uno dei paradossi di questa terribile storia è che una delle risposte più lucide sia stata pubblicata quando in via D’Amelio si raccoglievano ancora i resti dell’esplosione. Poi è rimasta fra le pagine di un giornale e di un libro mentre cominciavano processi, indagini, pentiti veri e falsi, depistaggi, piste aperte, chiuse e riaperte
Era il 21 luglio 1992, due giorni dopo la strage, Giorgio Bocca pubblicò su Repubblica “Le brigate nere della piovra”. Non poteva conoscere le false confessioni di Vincenzo Scarantino, sulle quali è stato costruito il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana, l’agenda rossa scomparsa, le indagini che per decenni avrebbero continuato a interrogarsi sui moventi.
Aveva però qualcosa che nessuna inchiesta postuma avrebbe potuto procurarsi: la voce di Paolo Borsellino.
Bocca lo aveva incontrato pochi mesi prima nella sua casa di Palermo. Lo aveva lasciato parlare di mafia, magistratura, pentiti, politica, affari. Dell’isolamento di chi decideva di combattere davvero Cosa nostra. Poi Borsellino fu assassinato. E Bocca scrisse: «L’ho visto nel dicembre scorso e in quell’incontro Borsellino mi ha spiegato le ragioni per cui è morto».
Bisogna fermarsi su questa frase. Perché Borsellino non gli consegna il nome di un mandante occulto né un movente già confezionato. Gli descrive il sistema dentro il quale combatte: l’isolamento, i collaboratori di giustizia, gli affari, i lavori pubblici, il rapporto fra mafia e politica.
Il primo punto è l’isolamento. Bocca ricorda il vecchio pool antimafia come l’immagine di «uno Stato giovane e forte». Poi rovescia quell’immagine. Falcone e Borsellino erano «quei quattro gatti coraggiosi», invisi anche a colleghi «gelosi della loro notorietà, preoccupati o infastiditi per la breccia che avevano aperto nella loro routine».
Borsellino non offre la comodità di un complotto. Indica qualcosa di più ordinario e forse più feroce: «il radicato vizio della corporazione». E dice: «Nel sangue della maggioranza dei magistrati c’è come un anticorpo per il magistrato diverso che osa, che fa, che inventa dove tutti tirano a campare». Bocca ne trae una conclusione spietata: «Ecco la prima ragione per cui i Borsellino e i Falcone muoiono». E poi aggiunge: «Nel sangue della maggioranza dei magistrati c’è come un anticorpo per il magistrato diverso che osa, che fa, che inventa dove tutti tirano a campare».
Bocca ne trae una conclusione spietata: «Ecco la prima ragione per cui i Borsellino e i Falcone muoiono e gli altri, molti altri, vanno avanti all’infinito senza mordere mai nel corpo velenoso della mafia».
E poi c’è il tema delicato dei collaboratori di giustizia. «I pentiti sono merce delicatissima», spiega Borsellino. All’epoca erano loro a scegliere il giudice al quale confessare. «È un do ut des che ha i suoi rischi: loro vogliono vendetta, noi giustizia». Non cercano «un giudice tira a campare», ma «un giudice disposto a battersi». Per questo il magistrato capace di guadagnarne la fiducia combatte «su due fronti»: contro la mafia e contro la corporazione.
Trentaquattro anni dopo, il nuovo decreto di archiviazione del gip di Caltanissetta usa parole che sembrano rispondere a quelle di Bocca. Descrive il «clima ostile ed emarginante» nel quale Falcone e Borsellino operarono nella procura di Palermo e la «distanza siderale» fra la loro capacità professionale e quella di molti magistrati che lavorarono su procedimenti per loro importanti. Il gip precisa però che quest’ultima indagine dei pm nisseni non ha raccolto prove sufficienti per individuare magistrati, politici o imprenditori come concorrenti nelle stragi.
Poi Bocca arriva dove mafia, politica e denaro si incontrano. «Sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio», gli dice Borsellino: «o si fanno la guerra o si mettono d’accordo». E indica il terreno: «la spartizione dei beni pubblici, il profitto illegale sui lavori pubblici». Fino a una frase che pesa ancora oggi: «Non è facile essere i difensori di uno Stato in cui molti, troppi sono amici dei mafiosi».
Borsellino aveva dunque raccontato l’isolamento, i collaboratori di giustizia, gli affari, il rapporto fra mafia e politica. Non un movente processuale già confezionato, ma il mondo nel quale si muoveva e contro il quale combatteva.
Poi arriva Capaci. Da quel momento comincia un conto alla rovescia di 57 giorni. Borsellino dice pubblicamente di essere, rispetto all’uccisione dell’amico, un testimone. Dice che ciò che sa lo riferirà all’autorità giudiziaria competente. Quella testimonianza, nei giorni che gli rimangono, non viene raccolta. Fino al pomeriggio del 19 luglio Borsellino non aveva reso ai magistrati nisseni la testimonianza che aveva annunciato.
Il 25 giugno 1992, durante un incontro pubblico a Casa Professa, Borsellino dice qualcosa di enorme: rispetto alle vicende che avevano condotto prima all’isolamento professionale di Falcone e poi alla sua morte, lui è un testimone. Ciò che sa, spiega, lo riferirà ai pm di Caltanissetta. Non ne avrà il tempo. Ed è questa una delle domande che la nuova archiviazione rende impossibile evitare: perché Paolo Borsellino non fu ascoltato?
Non sappiamo che cosa avrebbe raccontato. E non possiamo trasformare quella mancata audizione nella prova che qualcuno volesse impedirgli di parlare. Resta però un fatto: nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, l’uomo che aveva lavorato accanto a Falcone e che pubblicamente si era dichiarato testimone non rese ai magistrati nisseni quella testimonianza.
Poi il tempo precipita. Il decreto del gip colloca alla fine di giugno la deliberazione della strage e nei primi giorni di luglio la preparazione. E la procura individua proprio nelle parole pronunciate a Casa Professa la causa ultima dell’accelerazione: Borsellino non era soltanto un magistrato pericoloso per Cosa nostra. Era un testimone che poteva fornire elementi fondamentali su Capaci. Alle 16.58 del 19 luglio esplode la Fiat 126. Borsellino non parlerà più. Da allora cerchiamo di ricostruirlo attraverso l’agenda rossa scomparsa, gli incontri, le telefonate, gli interrogatori, le confidenze. Nel frattempo, abbiamo scoperto che una parte della prima verità giudiziaria era falsa, costruita sulle menzogne di Scarantino. Sul perché Cosa nostra abbia ucciso Borsellino la giustizia non è rimasta senza risposte.
Le sentenze non indicano una causa unica. La Cassazione, nel processo Borsellino quater, parla della «complessità finalistica» della strategia e la dispone lungo tre direttrici: vendetta, prevenzione, destabilizzazione. La prima contro il «nemico storico» rimasto in vita dopo Capaci; la seconda per scongiurare che Borsellino potesse assumere un ruolo di vertice nelle nuove strutture giudiziarie pensate da Falcone; la terza dentro un progetto destinato a «mettere in ginocchio lo Stato».
Alla luce di quanto scrive il gip, l’indagine su mafia e appalti non va collocata al posto di tutto il resto delle causali. Il gip conferma l’interesse di Falcone e Borsellino per gli intrecci fra Cosa nostra, imprese e lavori pubblici. E colloca mafia e appalti nella funzione preventiva delle stragi, definendola una concausa, non la causa unica. La parola conta. Una concausa concorre con altre cause. Non le cancella. Le sentenze parlano infatti di un «coacervo di cause concomitanti» e di una «complessità finalistica»: vendetta, prevenzione, destabilizzazione. Vendicare il «nemico storico» di Cosa nostra; impedirgli ciò che avrebbe potuto ancora fare; «mettere in ginocchio lo Stato». La strategia di Riina: «fare la guerra per poi fare la pace».
Per questo mafia e appalti non può diventare la chiave che da sola apre la porta di via D’Amelio. Tanto più che, quando il decreto affronta specificamente l’accelerazione della strage, il punto decisivo diventa un altro: Borsellino testimone sulla morte di Falcone. E c’è un ulteriore paradosso. Quest’ultima indagine nata per verificare se attraverso le anomalie emerse nei procedimenti sugli appalti fosse possibile arrivare a soggetti esterni a Cosa nostra interessati all’eliminazione di Falcone e Borsellino viene archiviata: non sono state trovate prove sufficienti per identificarli.
Questo non cancella mafia e appalti. Lo rimette al suo posto: una concausa possibile e giudiziariamente riconosciuta nel momento preventivo, non la spiegazione dell’intera strage. La Cassazione è netta nel riconoscere la paternità mafiosa di via D’Amelio, pur affermando che le zone d’ombra possono al più consentire di ipotizzare altri soggetti o gruppi di potere cointeressati all’eliminazione di Borsellino. Significa che, se si attribuisce a un sistema di interessi economici un ruolo causale, quel sistema va ricostruito fino in fondo.
Via D’Amelio ci ha già insegnato quanto possa essere pericolosa una verità troppo semplice. Per anni il depistaggio costruito attorno a Scarantino ha consegnato una ricostruzione falsa. Sarebbe dunque un errore sostituire una semplificazione con un’altra, spostando ancora una volta tutta la luce su una sola pista e lasciando il resto nell’ombra.
Perché via D’Amelio non finisce in via D’Amelio. Prima c’è Capaci. Dopo, le bombe lasciano la Sicilia: Maurizio Costanzo, Firenze, Roma, Milano. Cambiano bersaglio e diventano una sfida allo Stato. È qui che una lettura concentrata sugli appalti rischia di restringere ciò che le stragi allargano. Ed è qui che incontriamo Giuseppe e Filippo Graviano, boss corleonesi, protagonisti della prosecuzione della strategia del 1993. La loro presenza è uno dei raccordi fra la stagione siciliana e quella continentale.
La Cassazione consegna un disegno: vendetta, prevenzione, destabilizzazione. Una sequenza, non una somma di delitti separati. Ed è questa continuità che non possiamo perdere. Perché un conto è dimostrare che Borsellino indagava sugli appalti. Un altro è dimostrare che sia morto per questo.
Restano allora le domande: mafia e appalti, certo, ma anche l’isolamento di Falcone, Borsellino testimone di Capaci, quei 57 giorni senza che venisse ascoltato, l’agenda rossa scomparsa, il depistaggio, le altre piste che portano al Nord. E soprattutto: che cosa sapeva Borsellino che non riuscì a raccontare? È qui che Giorgio Bocca torna ad aspettarci.
Perché Borsellino non gli aveva raccontato un fascicolo. Gli aveva descritto un mondo: la mafia, la politica, gli affari, gli appalti, i pentiti. E soprattutto l’isolamento di chi decideva di fare sul serio contro la mafia.
Due giorni dopo la strage Bocca scrisse che Borsellino gli aveva spiegato «le ragioni per cui è morto». Borsellino gli aveva chiarito perché un uomo come lui, in quel mondo, poteva essere condannato a morte.
Tre decenni dopo le sentenze parlano di una morte dalla «complessità finalistica». Una concausa non può diventare, senza ulteriori prove, la causa che inghiotte tutte le altre. Altrimenti perdiamo ciò che la storia delle stragi ci obbliga a guardare: non soltanto quale fascicolo Borsellino avesse sulla scrivania, ma che cosa rappresentasse ancora vivo per i corleonesi.
Forse, dopo trentaquattro anni, la parola sulla quale dovremmo tornare a riflettere è proprio quella. Le ragioni. Non la ragione.
