L’ultimo caso riguarda un sedicenne della Brianza. Intelligence, forze dell’ordine e magistratura restano il principale argine contro terrorismo, emulazione e violenza eversiva. C’è una parte della lotta al terrorismo che non finisce quasi mai sui giornali. È quella degli attentati che non avvengono.
Non ci sono sirene, vittime o immagini drammatiche. Ci sono invece mesi di indagini, telefoni analizzati, profili digitali ricostruiti, canali estremisti monitorati, segnalazioni dell’intelligence, intercettazioni e investigatori che cercano di capire quando una fantasia violenta rischia di trasformarsi in qualcosa di concreto. Poi, qualche volta, arriva una perquisizione. Un fermo. Un arresto. Una misura cautelare. E proprio quando apparentemente non succede nulla, lo Stato può avere ottenuto il risultato più importante: intervenire prima che sia troppo tardi.
L’Italia non può permettersi di sottovalutare questa minaccia. Il jihadismo continua a rappresentare un pericolo reale per l’Occidente e anche per il nostro Paese. Parallelamente, le recenti operazioni contro ambienti anarco-insurrezionalisti dimostrano che esistono altre matrici estremiste capaci, secondo le accuse formulate dagli inquirenti, di arrivare alla progettazione o realizzazione di azioni violente.
Sono fenomeni diversi e non vanno confusi. Ma hanno un punto in comune: quando un’ideologia trasforma la violenza in uno strumento legittimo, lo Stato deve essere pronto a intervenire. Ed è quello che con estrema professionalità fa tutti i gironi. Sedici anni e un universo fatto di Isis, neonazismo e violenza. L’ultimo campanello d’allarme arriva dalla provincia di Monza e Brianza.
La Digos, coordinata dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione nell’ambito di un’indagine della Procura per i Minorenni di Milano, ha eseguito nei confronti di un sedicenne italiano la misura cautelare del collocamento in comunità. Le ipotesi di reato comprendono l’autoaddestramento con finalità di terrorismo, l’istigazione a delinquere e l’apologia del fascismo. Il ragazzo, naturalmente, non può essere considerato colpevole prima di una sentenza definitiva. Ma il quadro investigativo descritto dalle autorità è inquietante.
Gli investigatori parlano di radicalizzazione digitale ibrida: nello stesso percorso sarebbero confluiti propaganda jihadista riconducibile all’Isis, neonazismo, suprematismo bianco e accelerazionismo. Secondo quanto emerso dalle indagini, il sedicenne avrebbe inoltre sviluppato interesse per armi, esplosivi, sostanze incendiarie e modalità operative connesse ad azioni violente. È una fotografia che obbliga a superare molti vecchi schemi.
Il potenziale estremista contemporaneo non deve necessariamente appartenere a una struttura organizzata né seguire un’unica ideologia coerente. Può radicalizzarsi davanti allo schermo di uno smartphone, saltando da una comunità estremista all’altra e assorbendo ideologie perfino contraddittorie purché accomunate dall’esaltazione della violenza. Il fanatismo cambia bandiera. Il risultato può restare lo stesso: l’individuazione di un nemico e la convinzione che sia lecito colpirlo.
Non è il primo minorenne del 2026 Ed è forse l’età dei protagonisti di alcune recenti indagini a doverci preoccupare maggiormente.
Il 17 luglio la Polizia di Stato ha eseguito nei confronti di una diciassettenne italiana residente in provincia di Pavia una misura cautelare di collocamento in comunità nell’ambito di un procedimento per partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale. L’indagine era nata dal monitoraggio degli ambienti jihadisti online. Secondo la Polizia, la ragazza frequentava gruppi digitali di sostegno allo Stato Islamico nei quali circolavano propaganda, istigazione al martirio e manuali riguardanti armi ed esplosivi artigianali. Sui dispositivi sequestrati gli investigatori riferiscono di avere trovato anche materiale relativo alla preparazione di una cintura esplosiva e conversazioni nelle quali la giovane manifestava volontà di martirio.
Poche settimane dopo, il 7 agosto, un altro sedicenne italiano residente nel Comasco è stato raggiunto da una misura di custodia cautelare in carcere nell’ambito di un’indagine per partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale e propaganda e istigazione per motivi discriminatori.
In quel caso l’indagine era partita da una segnalazione dell’Aisi. Secondo la Polizia, nei dispositivi e nelle conversazioni del giovane erano presenti propaganda jihadista e pro-Isis, materiale neonazista e antisemita e un video relativo alla realizzazione di un ordigno esplosivo improvvisato con materiali reperibili. Gli investigatori riferiscono inoltre di contatti con soggetti ritenuti organici a Daesh. Già a giugno, in un’altra indagine, era stato arrestato un sedicenne residente nel Bolognese. La Polizia riferì del rinvenimento di materiale suprematista, propaganda jihadista e manualistica relativa alle armi. Le indagini avrebbero inoltre fatto emergere discorsi sull’emulazione di precedenti stragi e riferimenti ad azioni violente.
Tre storie diverse. Tre procedimenti differenti. Nessuna responsabilità può essere data per accertata prima del giudizio. Ma una domanda è inevitabile: che cosa sta accadendo quando ragazzi di sedici o diciassette anni arrivano all’attenzione dell’antiterrorismo per percorsi di radicalizzazione di questa natura?
Il jihadismo resta una minaccia reale e molto pericolosa. A maggio, a Reggio Emilia, la Digos ha fermato un ventiduenne nell’ambito di un’indagine per arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale.
Secondo la ricostruzione della Polizia, il giovane avrebbe avuto contatti attraverso una piattaforma di messaggistica con un presunto sostenitore di Daesh che gli avrebbe proposto istruzione e finanziamenti finalizzati a compiere un attentato in Italia o all’estero. Il gip ha successivamente disposto la custodia cautelare in carcere. Anche in questo caso siamo nella fase delle indagini e vale pienamente la presunzione di non colpevolezza. Sono vicende che impediscono di liquidare il jihadismo come una minaccia appartenente al passato.
Il terrorismo di matrice jihadista rimane un problema di sicurezza per l’Europa e per l’Italia. Ma proprio perché il problema è serio, bisogna chiamarlo con il nome corretto. Islam e jihadismo non sono sinonimi. Molti musulmani vivono in Europa senza avere alcun rapporto con il terrorismo. Una donna che indossa il velo non è per questo una radicalizzata ma su questo teme entra a gamba tesa nel dibattito la questione delle pubblica sicurezza. In quando una persona non può travisare il suo volto perché deve essere riconoscibile. Essere musulmani non costituisce un indicatore di pericolosità. Il nemico è l’estremismo jihadista, non una religione nel suo complesso. Fare questa distinzione non significa essere indulgenti. Significa essere precisi. Nessun relativismo quando vengono violati i diritti
La stessa precisione deve però impedirci di cadere nell’errore opposto: considerare qualsiasi comportamento accettabile in nome della cultura o della religione. La libertà religiosa è un principio fondamentale della nostra democrazia. Ma non può diventare uno scudo dietro cui giustificare violenza, coercizione o discriminazione. In Italia una donna non appartiene al marito. Una figlia non appartiene al padre. Un bambino non può essere picchiato in nome dell’educazione religiosa. Nessuna interpretazione integralista può giustificare segregazione, matrimoni imposti, percosse o privazione della libertà personale. O picchiare magari con frustate una donna per sottometterla.
Quando una donna viene picchiata non siamo davanti a una tradizione: siamo davanti a una vittima. Quando un bambino viene maltrattato non esiste cultura che possa trasformare quell’abuso in qualcosa di accettabile.
Vale per ogni famiglia, ogni comunità e ogni religione. E vale anche per la religione islamica.
L’Occidente deve avere la forza di difendere i propri principi senza complessi: uguaglianza tra uomo e donna, libertà individuale, libertà religiosa, diritto all’istruzione, integrità fisica dei minori e rifiuto della violenza.
Chi arriva o nasce in Italia ha il diritto di professare liberamente la propria fede. Ma tutti, senza eccezioni, devono rispettare le leggi e i valori della Repubblica. Questa non si chiama intolleranza. È Stato di diritto.
L’altra minaccia: l’anarco-insurrezionalismo. Concentrarsi esclusivamente sul jihadismo sarebbe però un errore. Il 16 giugno la Digos di Roma ha eseguito sette misure cautelari, cinque in carcere e due agli arresti domiciliari, nell’ambito di un procedimento della Procura di Roma riguardante esponenti dell’area anarco-insurrezionalista accusati di associazione con finalità di terrorismo o eversione dell’ordine democratico. Sono state inoltre eseguite numerose perquisizioni in differenti città italiane.
Due degli indagati sono inoltre accusati di avere partecipato all’attentato del 14 febbraio 2026 contro la linea ferroviaria dell’Alta Velocità Roma-Firenze, compiuto, secondo la Polizia, utilizzando manufatti esplosivi rudimentali. L’azione avrebbe provocato danni all’infrastruttura quantificati in circa 455 mila euro. Anche per queste persone vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva. È fondamentale non mettere tutto nello stesso calderone. L’anarchismo come pensiero politico non equivale automaticamente al terrorismo, esattamente come l’Islam non equivale al jihadismo.
Il problema per lo Stato nasce quando si passa dalle idee alla violenza eversiva, quando vengono preparati ordigni, attaccate infrastrutture o progettate aggressioni. Ed è qui che jihadismo e anarco-insurrezionalismo, pur partendo da universi ideologici completamente diversi, pongono allo Stato una sfida comune: riuscire a individuare in tempo chi è disposto a trasformare un’ideologia in violenza. La bomba può nascere anche in una stanza. Uno degli elementi più preoccupanti delle indagini recenti riguarda proprio l’accessibilità delle informazioni.
Internet ha democratizzato la conoscenza, ma ha reso accessibile anche la propaganda dell’odio. Un aspirante terrorista non ha necessariamente bisogno di attraversare una frontiera o entrare fisicamente in un campo di addestramento. Può cercare materiale estremista, entrare in gruppi chiusi, osservare altri attentatori, glorificarli e convincersi progressivamente che sia arrivato il momento di imitarli.
Le indagini sui minorenni citate mostrano proprio quanto il web-monitoring sia ormai centrale nell’attività antiterrorismo. Ed esiste un rischio ancora più difficile da intercettare: l’emulazione individuale. Una persona senza un ruolo formalizzato in un’organizzazione può radicalizzarsi, convincersi autonomamente ad agire e tentare di trasformare strumenti comuni o materiali facilmente reperibili in mezzi di offesa. È questa possibilità a rendere il lavoro preventivo enormemente complesso.
La forza dell’Italia è chi lavora prima dell’emergenza. Dentro questo scenario esiste però un dato che merita di essere sottolineato. Le nostre strutture di sicurezza stanno individuando numerosi casi prima che si trasformino in qualcosa di peggiore. Dietro queste operazioni ci sono Digos, Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, intelligence, Polizia postale, Carabinieri, Ros e strutture per la sicurezza cibernetica, magistratura e cooperazione tra uffici investigativi diversi.
Nel caso della diciassettenne pavese l’indagine è partita dall’attività di monitoraggio degli ambienti jihadisti virtuali. Nel caso del sedicenne del Comasco è stata determinante una segnalazione dell’Aisi. È questa rete che costituisce una delle più importanti difese del Paese. Perché il successo dell’antiterrorismo non dovrebbe essere misurato soltanto dal numero degli arresti. Dovrebbe essere misurato soprattutto dal numero di volte in cui non abbiamo dovuto contare le vittime. Il rischio zero non esiste ed è proprio qui che si trova la parte più difficile del problema.
Possiamo avere apparati preparati, intelligence qualificata e investigatori specializzati. Possiamo monitorare migliaia di segnali. Possiamo aumentare la cooperazione internazionale e migliorare gli strumenti tecnologici. Ma nessun Paese democratico può promettere che ogni singolo individuo intenzionato a commettere un attentato verrà scoperto in anticipo. Il rischio zero non esiste e più aumentano i percorsi di radicalizzazione individuale, più diventa difficile distinguere chi si limita a consumare propaganda estremista da chi è davvero prossimo a passare all’azione.
È per questo che non dobbiamo aspettare il giorno in cui un investigatore arrivi qualche ora troppo tardi.
Occorre continuare a investire nell’intelligence, nell’antiterrorismo, nella sicurezza cibernetica, nella formazione degli investigatori e nella cooperazione internazionale. Ma occorre anche lavorare sulla prevenzione della radicalizzazione nelle scuole, nelle carceri, nelle famiglie e soprattutto negli ambienti digitali. Nessuna paura, nessuna ingenuità, non abbiamo bisogno di una società terrorizzata, abbiamo bisogno di una società vigile.
Non dobbiamo guardare con sospetto un musulmano perché entra in una moschea, così come non dobbiamo considerare terrorista qualcuno perché professa idee anarchiche. Ma dobbiamo essere inflessibili quando qualcuno , qualunque sia la sua religione o ideologia comincia a progettare violenza, cercare strumenti per realizzarla, reclutare altri individui o trasformare esseri umani e infrastrutture in bersagli. La linea deve essere chiarissima.
Libertà assoluta di credere e di pensare nei limiti della Costituzione. Nessuna tolleranza per terrorismo e violenza. Il caso del sedicenne della Brianza rappresenta forse l’immagine più inquietante del fenomeno contemporaneo: propaganda Isis, neonazismo e suprematismo che possono convivere nello stesso universo digitale. Ideologie un tempo considerate incompatibili finiscono per incontrarsi nel culto della violenza e dall’altra parte devono trovare uno Stato capace di vederle arrivare.
Uno Stato che non discrimina. Uno Stato che non generalizza. Ma anche uno Stato che non arretra di un centimetro davanti a chi vuole utilizzare il terrore come arma. Finora, in numerosi casi del 2026, forze dell’ordine, intelligence e magistratura hanno dimostrato di saper intervenire. Dobbiamo continuare a dare loro gli strumenti per farlo perché contro il terrorismo la vittoria più grande non è arrestare il responsabile dopo una strage è fare in modo che quella strage non avvenga mai.
