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Attualità

L’avidità che rischia di uccidere lo sport

Lo sport libera la mente e aiuta a uscire da se stessi, o almeno dovrebbe

L'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, durante un incontro alla Camera del Lavoro, Milano, 10 Ottobre 2025. ANSA/MATTEO CORNER

«Forse da qualche parte del mondo sportivo lo sport è già morto». È forte la frase che l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha scritto nella lettera inviata agli sportivi, che è anche piena di fiducia nel futuro, se il futuro sono i bambini che si affacciano al pallone, al tennis, all’atletica, alla bicicletta, alle infinite forme che può prendere la passione per il movimento, per la sfida con se stessi, per superare il limite ma soprattutto per «fare squadra», lavorare insieme per un traguardo. Eppure da qualche parte del mondo sportivo lo sport è già morto. La malattia si chiama «avidità», perché «nel mondo dello sport girano troppi soldi». Contagia i responsabili, gli atleti, le famiglie, i tifosi, quelli che scommettono. Così quel che dovrebbe essere un circolo virtuoso si trasforma in una catena di vizi. Purtroppo esempi di questo modo di vivere lo sport, oltre che nel business, oltre che nei grandi sport guardati in tv e non giocati, contagia lo sport dilettantistico, così diffuso e necessario, a volte àncora di salvataggio per salvarsi da situazioni sociali, familiari, personali, difficili. Lo sport libera la mente e aiuta a uscire da se stessi, o almeno dovrebbe. Perché lo sport giocato ormai è diventato caro e mandare i figli in piscina, o a tennis, a volte anche semplicemente a calcio, lo sport nazionale, è un’attività che non tutte le famiglie possono permettersi. Salvare lo sport sarebbe bello, può diventarlo.

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