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L’India vista dal Calendario Pirelli: intervista ad Avani Rai

Nato da un progetto di Raghu Rai, scomparso ad aprile, è stato portato avanti dalla figlia in colaborazione con Sølve Sundsbø: “Fotografare è rallentare. E mi ha aiutato a trasformare il lutto in celebrazione”

Se è vero, come dice l’attrice Frida Pinto, che “niente è perfezione”, di sicuro Il Calendario Pirelli – di cui lei è una delle protagonista – è la fotografia di un mondo che si trasforma. Ovvero l’India.

Per la prima volta The Cal viene firmato da più autori: il norvegese Sølve Sundsbø, chiamato per il secondo anno di fila a completare il lavoro con i suoi ritratti, e Raghu Rai, maestro della fotografia indiana scomparso ad aprile durante la lavorazione. Per questo a portare avanti la sua arte è stata chiamata la figlia Avani, fotografa e regista, che ha portato il progetto dallo studio alle strade di Old Delhi, rimettendo gli scatti che il padre ha colto in quella parte antica della megalopoli indiana nella modernità attuale. È il concetto di eredità, “che per me significa reinterpretazione, ogni volta che si fa qualcosa”.

Com’è stato dover celebrare il lavoro di suo padre?

“Quando si parla di lascito e di eredità, io credo che conti capire che cosa ci si porta dentro un progetto come questo, ma anche che cosa voglia dire restare se stessi lungo il percorso. Non si può portare avanti qualcosa alla cieca: un patrimonio come quello di mio padre non può esserlo. Il passato entra nel presente e il presente va verso il futuro. Per questo c’è anche un senso di responsabilità”.

Che cosa ha scoperto di nuovo nei luoghi di suo padre?

“Lui è tornato in quei posti ogni anno, per sessant’anni. Io ci sono andata con occhi nuovi: era diverso e, allo stesso tempo, uguale. In fotografia lo straordinario sta nel dettaglio. Uno spazio puoi fotografarlo ogni giorno per il resto della tua vita, ma la fotografia vive di specificità. Un momento, nella sua dimensione e nel suo tempo, non si ripete mai più: non importa quanti anni passino, quanti Paesi attraversi, quante generazioni si succedano.

C’è uno scatto che preferisce del calendario?

“Mmm, difficile scegliere. Però dico quello che ho fatto a mia madre. Ma è la classica risposta da bambini, come quando ti chiedono se preferisci la mamma o il papà. Scegliere un’inquadratura, no, non lo farò. Forse lo potrò dire molto più avanti?

Lavorare con le immagini di suo padre l’ha aiutata ad affrontare la perdita?

“Quando ho realizzato il mio primo film su di lui, con la sua voce fuori campo, per i primi mesi non riuscivo a guardarlo. Lo facevo vedere al mio team e chiedevo a loro di dirmi che cosa ne pensavano. Questo progetto mi ha costretta a rivedere le sue immagini, mi ha insegnato come affrontare il fatto che non ci sia più”.

Cosa le ha lasciato?

“Questo progetto è un dono e una benedizione da parte sua: mi ha insegnato a elaborare il lutto e a trasformare il dolore in celebrazione. Una vita come la sua merita di essere celebrata, e la vita stessa merita di essere celebrata. Nelle nostre culture ci insegnano a essere tristi per la scomparsa di qualcuno, eppure è l’unica cosa che tutti sappiamo: magari non sai se ti sposerai, ma sai di sicuro che un giorno lascerai questo pianeta”.

L’India è impossibile da descrivere con una sola parola ed è un Paese che sta cambiando, soprattutto ora che tanti giovani scendono in strada. Nelle sue foto ci sono molti ragazzi: che rapporto ha con questo momento?

“Alle proteste ci sono sempre andata e mio padre aveva sempre qualcosa per cui essere scontento. Ma credo sia giusto: vado a fotografare i tempi in cui viviamo. Credo che tutto sia importante. Quando la vita accade fuori dalla tua porta, come fotografa è tuo dovere documentarla. Magari non la pubblichi. Io non voglio esprimere un’opinione a parole, voglio esprimerla con la fotografia: ci sono andata ed è stato molto, molto importante. È un peccato che certe immagini non si possano vedere, che non sia permesso mostrarle, qui come in qualunque altra parte del mondo. In tanti Paesi si eliminano punti di vista e interi pezzi di realtà”.

Il Paese sta cambiando: come si superano gli stereotipi?

“Se mi chiedessi quali stereotipi esistono sull’India, finirei per confondermi e per pensare a quello che la gente vuole vedere. Voglio invece scoprire quello che voglio vedere io”.

Nel calendario lei è sia fotografa sia soggetto, ritratta da Sølve Sundsbø. Com’è stata questa esperienza?

“Con Sølve è nato un legame. La fotografia ti fa abbassare le difese quando il soggetto è davanti all’obiettivo. Stiamo facendo questo calendario tutti insieme e adesso è di tutti noi, è il nostro bambino. Per un fotografo il modo migliore per creare una connessione è fotografare ed essere fotografato: le difese cadono e, probabilmente, si diventa amici per sempre.

Il mondo cambia molto in fretta. Come proteggersi?

“Ci ho pensato, perché la fotografia, i media digitali e i social sono così veloci che, nello stesso posto, ognuno scatta decine di immagini, e tutto continua a moltiplicarsi: tutto è sommerso, tutto arriva e se ne va di corsa. La fotografia nel suo senso più puro, quando guardi un’immagine, ti fa restare. Per me non è un processo di creazione, è un processo di rallentamento: trattenersi, osservare il mondo che accade davanti a te.Quando tutto si allinea e senti di avere l’essenza, la verità del momento, allora scatti”.

Suo padre diceva di cercare il divino nelle fotografie. Lei che cosa cerca?

Se cerco lui, cerco il divino. Lo ritrovo in quell’attesa che precede lo scatto. Di recente mi sono sorpresa a guardare nel mirino e a parlargli ad alta voce: «Ok, adesso dammi la foto». Il mio rapporto con lui è sempre stato molto spirituale”.

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