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Attualità

L’unico modo per salutare Enzo Bianchi è ripartire

La morte di una persona che stimi ti toglie qualcosa di grande: la possibilità di farle ancora domande, di sentire come suonava la sua voce mentre rispondeva

Padre Enzo Bianchi ad Arte Sella. ANSA/UFF STAMPA ARTE SELLA ++NO SALES, EDITORIAL USE ONLY++

Ero un ragazzino, studente del seminario minore di Ostuni, quando ho conosciuto Enzo Bianchi. Era venuto a inaugurare il monastero che ancora oggi sta lì, nella meravigliosa città bianca. Prima ancora delle sue parole, mi colpì la scelta di quel luogo: la terra rossa che scivola verso il mare, gli ulivi, il silenzio, e dentro quel paesaggio un’esperienza monastica innestata come una talea. Io capivo poco di ciò che diceva, ma capii una cosa sola, e mi è rimasta addosso per sempre: che si poteva desiderare Dio. Enzo Bianchi è morto lo scorso primo settembre, all’ospedale Molinette di Torino, a ottantatré anni. La morte di una persona che stimi ti toglie qualcosa di grande: la possibilità di farle ancora domande, di sentire come suonava la sua voce mentre rispondeva. Ma la morte di una persona che stimi ti ricorda anche che ciò che ha indicato con la vita, con l’opera, con gli scritti, resta valido. Anzi, comincia a valere davvero adesso, quando nessuno può più spiegartelo. La radice di tutto, in lui, era una: aveva abbassato la sua vita alla scuola della Parola di Dio.Non aveva addomesticato la Scrittura, le si era messo sotto, insieme ad altri. «Occorre l’umiltà di chi sa di non essere né da solo né il primo né l’unico a interpretare la Scrittura», scriveva. Da lì veniva anche un avvertimento: «Senza vita spirituale non c’è vita cristiana!». Il monachesimo, per lui, non era una nicchia per anime delicate, era la radice vera della rivoluzione cristiana. E in Enzo la profondità, le intuizioni, la bellezza e la convivialità si mescolavano in qualcosa di originalissimo. C’era un vantaggio, in questo: persino davanti ai suoi difetti si poteva avere un atteggiamento semplice. In lui non c’era niente di nascosto, neanche i limiti.Aveva fondato la comunità monastica di Bose e poi, a ottant’anni, aveva dato vita alla Casa della Madia. È lì che l’ho incontrato l’ultima volta: ho ascoltato i suoi racconti, ho mangiato alla sua tavola, ho goduto della sua accoglienza.Ripenso a quello che aveva scritto anni prima: «Preparare da mangiare per un altro significa testimoniargli il nostro desiderio che egli viva», e «condividere la mensa testimonia la volontà di unire la propria vita a quella del commensale».Non era letteratura. Era ciò che accadeva quando ti sedevi a quel tavolo.Penso che mancherà molto a una Chiesa ripiegata in tifoserie, che ha invece bisogno di ritrovare il suo slancio e la sua profezia. Ci siamo abituati a schierarci e abbiamo disimparato a desiderare.Una Chiesa che discute molto e prega poco non è profetica, è soltanto rumorosa.I due di Emmaus dicono a uno sconosciuto: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). Nessuno resta come vorremmo, e ogni maestro prima o poi si sottrae. Ma quei due lo riconoscono nel pane spezzato e ripartono di notte, da soli, con una gioia che non avevano prima. È l’unico modo onesto di piangere un maestro: rimettersi in cammino.Io continuo a vedere quella collina bianca sopra il mare e un uomo che parlava di Dio come si parla di una persona conosciuta. Grazie, fratel Enzo.


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