Oggi è una giornata di quelle che restano impresse nella storia. Quello che in un primo momento sembrava un dirottamento dovuto a una lite tra un pilota russo e il copilota ucraino (sì, questo scrivevano le agenzie israeliane), si è trasformato pian piano in quello che appare un atto terroristico. Il copilota omanita di un volo della Flydubai avrebbe aggredito il comandante, preso possesso dell’aereo e cercato di farlo schiantare a terra. Per fortuna i presenti sono riusciti a fermarlo, immobilizzarlo e far prendere le redini del bestione a due piloti tra i passeggeri. Roba pazzesca.
E sapete cosa mi colpisce? Primo: l’eroismo di chi ha affrontato quell’uomo mentre l’aereo precipitava. Secondo: il sangue freddo del pilota “in borghese” che ha tirato su il mezzo e lo ha portato sano e salvo in Arabia Saudita. Terzo: il “fattore C” di tutti i 180 passeggeri, soprattutto di quelli seduti in fondo che non avranno visto né sentito niente. È evidente non fosse ancora arrivata la loro ora. Perché riuscire a sventare un attacco simile, avere a bordo qualcuno in grado di pilotare il Boeing e riuscire a raccontarlo… beh: è una botta di c***.
Come sapete, sono sempre molto critico sulle ricostruzioni che i giornali fanno delle indagini, soprattutto quando si basano esclusivamente sulle carte di una parte (l’accusa), come nel caso dei Raw Data sulle analisi sui pedali della bici di Alberto Stasi. Oggi leggo i resoconti degli interrogatori dei funzionari del Ris di Parma che nel 2007 fecero le analisi incriminate. Beh: non si capisce nulla. Ma c’è un passaggio del pezzo del Corriere che mi ha colpito. I consulenti della Procura, che hanno analizzato la perizia presentata dalla difesa di Stasi, confermano l’esistenza delle due presunte controanalisi negative e poi scrivono: “Sulla scorta di tale risultato” al Ris “si sarebbe dovuta porre la questione di questo contraddittorio dato, anche in assenza di esplicite indicazioni in linee guida o raccomandazioni dell’epoca su come gestire tale situazione”. Cioè: se è vero che ci sono state due controanalisi negative il giorno “dopo” quella positiva (ricostruzione contestata dai consulenti dei Poggi), in ogni caso non vi erano indicazioni su come comportarsi. Avrebbero potuto segnalarlo al pm? Forse sì. Avrebbero potuto approfondire la discordanza tra i due risultati? È quello che ritiene oggi la Procura di Pavia, ma andrà dimostrato in processo. Erano obbligati a farlo? Tutto da dimostrare. Ecco perché, insomma, prima di parlare di “depistaggio” ci andrei coi piedi di piombo…
Il pezzo di Repubblica sulle intercettazioni dei Sempio è vergognoso. Un insieme di frasi buttate lì a caso, totalmente incomprensibili e scollegate dal contesto. Mi fa orrore questo modo di copia-incollare le intercettazioni dal fascicolo.
Ranucci scopre che Giorgio Mottola e qualche altro ex collaboratore lo hanno scaricato e perde la brocca. Ma come? Non era lui ad aver detto che no: la redazione di Report era tutta compatta nel difenderlo? Evidentemente si sbagliava. Ma la cosa più curiosa è questa: per attaccare Mottola sapete che fa? Prende il dato pubblicato dal Tempo sui compensi incassati dall’inviato (circa 300mila euro) e lo usa come una clava. Scrive: “(A Mottola) non gli è andata male nemmeno sul piano economico, visto che è arrivato a incassare circa 330mila euro l’anno vendendo le sue inchieste (costi di montaggio e trasferte compresi nel prezzo): la cifra più alta tra tutti gli inviati”. Ma non fu lui, quando Capezzone scodellò lo scoop, ad accusare il quotidiano di aver pubblicato “cifre false e surrettizie spacciandole per stipendi dei giornalisti e delle giornaliste del programma”? Se sono false e surrettizie, forse non è il caso di utilizzarle per bastonare Mottola. No?
Ho trovato l’intervista di Di Battista a DiMartedì molto educata, a suo modo potente, sicuramente toccante. Non condivido manco una virgola delle idee politiche dell’ex grillino, però gli riconosco una coerenza e una dignità lodevoli.
Il Corriere pubblica il video di Sergio Mattarella che partecipa a una commemorazione a Linate, stringe la mano a un bambino il quale gli dice: “Buongiorno”. E lui che fa? Risponde: “Ciao è ancora meglio”. E diventa una notizia. Ora: vogliamo tutti bene a Re Sergio, però così manco l’Istituto Luce ai tempi d’oro, eh. Alla fine del mandato vogliamo pure farlo Santo?
Leggo che, in attesa della terza lettura alla Camera per la legge elettorale, le opposizioni - non potendo più salire sull’Aventino - hanno deciso di annunciare uno sciopero della fame (per la precisione, Riccardo Magi) perché “questa legge è un colpo di stato elettorale”. Ora. L’inflazione, la benzina, la fiducia delle imprese: ci sono milioni di temi da usare per l’opposizione e questi fanno lo sciopero della fame per la legge elettorale. Ma sono seri?
Sei il sindacato dei lavoratori, il più grande, il più di sinistra. Sei l’ex segretario della Fiom, i metalmeccanici, duri e puri. Rappresenti l’anima socialista del Paese, la cinghia di trasmissione della politica progressista nel mondo del lavoro. Ogni due per tre parli di salario minimo, di diritti, di lavoratori, di fabbriche che licenziano, di multinazionali che sfruttano, di “rivolta sociale” e di tutto l’armamentario sindacalista che ben conoscete. E dove scegli di celebrare i tuoi 120 anni di storia? Alla Fabbrica del Vapore, che almeno nel nome ricorda le fatiche delle tute blu? Oppure davanti a un impianto in dismissione? Insieme a qualche operaio in sciopero? Di fronte ai cancelli di Stellantis? No. Scegli la Scala di Milano, che per carità sarà pure il simbolo culturale di Milano, ma sei un sindacato, mica l’Università degli Studi. Un ossimoro. E non perché alla Scala l’abbonamento in Galleria costa 1.400 euro per 13 serate, non proprio per tutti i portafogli, per non parlare dell’affitto per eventi simili che chissà quanto avrà drenato dalle casse della Cgil. Ma i simboli sono importanti. E quando uno pensa alla Scala immagina i signori dell’alta borghesia meneghina col frac, le sciure imbellettate, la serata della Prima con vip e ricconi dentro mentre fuori, al freddo, monta la protesta di chi chiede più diritti a favore di telecamera. Non c’è niente di meno operaio del teatro d’oro di Milano, se ci è permesso, il santuario del capitalismo di rendita, il teatro che peraltro ha lodevolmente licenziato - scatenando l’ira della Cgil - quella maschera che, alla presenza di Meloni, urlò “Palestina libera” invece di fare il suo lavoro.
Ma forse è giusto così. Forse l’immagine calza a pennello, per quanto il video delle celebrazioni sia pazzesco nella sua follia. La sinistra si riunisce nel salotto dorato, intona Bella Ciao come se bastasse un canto a fare il monaco, mentre nel mondo reale gli operai, i lavoratori, chi si spacca la schiena guarda altrove. Chissà se nel foyer, parlottando un po’ tra le rifiniture eleganti della Scala, a Landini e Schlein sarà venuto il dubbio che no: festeggiare lì, forse, non è stato il modo migliore per ribaltare quel drammatico dato delle elezioni del 2022, quando il 34% degli operai scelse Fratelli d’Italia, abbandonando al suo destino gli eredi del Pci e, di fatto, pure la Cgil.
A novembre del 2024 Landini disse: “È l’ora della rivolta sociale”. Non se n’è vista l’ombra. Ma forse stava solo indicando il titolo di un’opera in cartellone alla Scala, magari da seguire dal palco reale…
