Un terremoto giudiziario. L’inchiesta su Garlasco scoperchia il vaso di Pandora della giustizia italiana, perché racconta di un innocente “incastrato” e del vero assassino di Chiara Poggi lasciato libero per diciott’anni.
La Procura di Pavia, guidata da Fabio Napoleone, racconta di servitori dello Stato, l’allora eccellenza del Ris di Parma, che nonostante non avessero alcuna prova contro Alberto Stasi, anzi per gli inquirenti lo sapessero che il bocconiano non fosse responsabile del delitto del 13 agosto 2007, nascosero la prova che è il pilastro della sentenza di condanna, ovvero quel Dna sui pedali della bicicletta che il 24 settembre 2007 portò al fermo del fidanzato di Chiara, perché per gli uomini comandanti dal generale Luciano Garofano su quei pedali c’era sangue “oltre ogni ragionevole dubbio”.
Una prova che non ha retto neppure al vaglio del gip, perché pochi giorni dopo venne fuori che quello non era sangue, ma materiale altamente cellulato (un composto di lieviti e muffe fu accertato nei processi successivi) e il giudice, tre giorni dopo non convalidò l’arresto.
Oggi però emerge l’orrore: la presenza di quel Dna non è mai esistita, ma sarebbe frutto di uno scambio di reperti di cui, sono convinti i magistrati, gli stessi Ris se ne accorsero il 20 settembre 2007, quando qualcuno della squadra di Garofano, per confermare i risultati del giorno prima che aveva fatto emergere un risultato sorprendente, lo stesso quantitativo di 2,78 nanogrammi sul cucchiaino che aveva usato Chiara per la colazione e i pedali della bici, fece dei nuovi test, che portarono a un risultato del tutto negativo.
Un’anomalia che avrebbe dovuto essere portata immediatamente all’attenzione della Procura di Vigevano all’epoca, ma che invece venne taciuta. E che oggi diventa un macigno contro i servitori dello Stato che, sulla base di quelle analisi scientifiche a sostegno del quadro accusatorio, ottennero la condanna per Stasi.
Una barbarie giudiziaria che oggi diventa un’onta sull’onorabilità degli analisti dell’epoca, tanto più che la raccapricciante scoperta arriva grazie all’acquisizione, da parte dei pm guidati da Fabio Napoleone, dei “raw data”, quei dato grezzi che sono sempre stati negati alla difesa di Stasi in questi anni e sui quali gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis hanno potuto lavorare solo dallo scorso maggio, con il deposito del 415 bis nei confronti di Andrea Sempio.
E che hanno determinato una consulenza, firmata da Ugo Ricci e Pasquale Linarello, proprio sui dati scientifici, che sui pedali è arrivata alle stesse conclusioni di quella della Procura, a firma Carlo Previderè e Pierangela Grignani: non c’è mai stato Dna sui pedali della bicicletta di Stasi.
