Contenuti sessualmente espliciti, adescamento e perfino tratta di esseri umani. No, non si tratta di contenuti nascosti nel deep web ma, secondo la corte del New Mexico, sui social di Meta, accessibili a tutti.
Si tratta dell’ennesima accusa che cade sulla società di Mark Zuckerberg e, ancora una volta, arriva una multa salatissima da pagare. A marzo una giuria statunitense aveva ordinato a Meta di pagare 375 milioni di dollari. Qualche settimana fa era poi arrivata la minaccia della Commissione europea di una sanzione superiore ai 10 miliardi. Ieri, infine, il New Mexico ha chiesto altri 567 milioni di dollari, oltre all’obbligo di rafforzare i sistemi di sicurezza di Facebook e Instagram per limitare i danni subiti dai minori.
Non solo Meta è stata accusata di «public nuisance», ovvero di una condotta capace di danneggiare un diritto o un interesse condiviso dalla collettività, ma di non essere riuscita a porre nessun tipo di rimedio negli ultimi mesi. Così, la nuova multa, che porta il totale richiesto a 942 milioni di dollari, non rappresenta una mera sanzione pecuniaria, ma una chiave di svolta. I 567 milioni costituiscono un fondo con finalità riparatorie destinato a ridurre i danni, per essere precisi un «abatement fund». Mentre i restanti 147 milioni saranno impiegati in programmi di prevenzione, informazione e di valutazione della salute mentale, tutte attività di sostegno che dovranno durare cinque anni.
Ovviamente Meta non è rimasta senza ribattere: «Lavoriamo duramente per garantire la sicurezza delle persone sulle nostre piattaforme e siamo stati
trasparenti riguardo alle difficoltà nell’identificare e rimuovere gli utenti malintenzionati e i contenuti dannosi», ha affermato un portavoce dell’azienda. «Rimaniamo fiduciosi nei nostri risultati in materia di protezione degli adolescenti online e continueremo a difenderci». Eppure, un così ottimo lavoro, come fa ad avere così tante falle?
Per chi è cresciuto negli anni Novanta, tutto questo ha un sapore familiare. All’epoca nel mirino finirono le grandi compagnie del tabacco, accusate di aver minimizzato per anni i rischi del fumo. Oggi il bersaglio sembrano essere i colossi dei social. Insomma, la domanda ormai non è più se arriveranno altre cause. Ma chi sarà il prossimo.
