Una violenza organizzata attraverso i social, alimentata da gruppi di giovanissimi e sempre più distante dai tradizionali circuiti dell’antagonismo politico. È il nuovo fenomeno con cui lo Stato deve fare i conti dopo i due giorni di scontri che hanno sconvolto Milano. Un fenomeno che presenta caratteristiche inedite rispetto al passato recente e sul quale si è concentrato il vertice convocato ieri dalla premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. La situazione è complessa e il dato più significativo riguarda l’identikit dei protagonisti. Non solo stranieri ma soprattutto italiani di seconda generazione, con un’età media estremamente bassa. Circa l’80% dei giovani coinvolti ha tra i 14 e i 18 anni. Ragazzi che a Milano vengono ricondotti anche al fenomeno dei cosiddetti «maranza», molti dei quali di origine tunisina, bengalese ed egiziana. Accanto agli italiani di seconda generazione figurano anche cittadini stranieri in possesso di regolare permesso di soggiorno. Tutti giovanissimi, spesso senza alcuna appartenenza politica o associativa.
È proprio su questo nuovo scenario che il governo intende intervenire.
E nelle conversazioni di alcuni partecipanti emerge come la violenza venga vista come possibile strumento di cambiamento politico. Fino a evocare organizzazioni militanti del passato. Il fenomeno che emerge dalle mobilitazioni è quello di una protesta che si organizza attraverso una rete digitale, senza esporre una struttura dirigente riconoscibile. Le convocazioni viaggiano su TikTok, vengono rilanciate nei gruppi Telegram e alimentano un passaparola capace di portare in strada centinaia di persone. Un sistema che rende più difficile individuare chi abbia effettivamente il controllo delle piazze e soprattutto distinguere gli organizzatori dalle frange intenzionate a provocare disordini.
Nei manifesti è annunciato un nuovo appuntamento per il 24 ottobre, destinato a ripetersi ogni sabato, con lo slogan «Finché il cambiamento avverrà di sicuro». Il direttivo di «Italia in piazza» ha condannato le violenze. Ma basta leggere alcune conversazioni nelle chat del movimento per scoprire che non tutti condividono questa posizione. «Marx richiedeva una rivoluzione violenta poiché lo riteneva l’unico modo di rovesciare lo Stato borghese, l’idea di pacifismo sarebbe funzionata solo dopo in una società già affermatasi come socialista», scrive uno di loro. La violenza è una fase necessaria per arrivare al cambiamento. E c’è persino chi guarda ai saccheggi come a un’occasione di guadagno personale: «Sinceramente per Rolex ci faccio un pensierino anche io». Poi l’esaltazione della banda Bellini, formazione dell’antifascismo militante e della sinistra extraparlamentare attiva a Milano negli anni Settanta. «Insomma viva la banda Bellini». Un ribaltamento del concetto di violenza.
