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Attualità

“Non mi uccidi”, Moira Cucchi racconta la violenza domestica: “Ho trovato il coraggio di salvare me stessa e i miei figli”

Nel libro scritto con la giornalista Francesca Carollo, Moira Cucchi racconta dieci anni di violenza, controllo e paura, ma anche il coraggio di ricominciare e l’amore per i suoi figli: “Ognuno di noi ha il diritto di vivere”

Non mi uccidi

Per dieci anni ha vissuto dentro una relazione fatta di violenza, controllo, isolamento, stalking e paura. Moira Cucchi oggi racconta quella storia nel libro “Non mi uccidi” (Sperling & Kupfer, scritto insieme alla giornalista Francesca Carollo, trasformando la propria esperienza in un messaggio rivolto alle donne che ancora cercano la forza per uscire dal buio. Madre di due figli, Moira ha trovato proprio nell’amore per loro il coraggio di reagire e di ricominciare. Oggi affianca altre donne nei loro percorsi di rinascita e porta nelle scuole, nelle aziende e nelle istituzioni la sua testimonianza. Nel libro ripercorre gli anni della violenza, ma soprattutto racconta il lungo percorso per tornare a vivere, a fidarsi e a riconoscere che quello che spesso viene scambiato per amore è invece controllo. Accanto a lei Francesca Carollo, giornalista e inviata di “Quarto Grado”, da anni impegnata sul tema della violenza di genere. Insieme hanno costruito un racconto che non vuole fermarsi alla storia di Moira, ma offrire strumenti per riconoscere i segnali di una relazione tossica e chiedere aiuto prima che sia troppo tardi.

Non mi uccidi
Non mi uccidi

Come siete arrivate a scrivere questo libro insieme e che cosa l’ha colpita della storia di Moira?

FC: “Ci siamo incontrate a Milano, in occasione di una manifestazione in difesa delle donne vittime di violenza, davanti al Muro delle Bambole di via De Amicis. Moira mi ha colpito perché, nonostante avesse vissuto oltre dieci anni di violenza, raccontava la sua storia con una grande capacità di leggerla in positivo e con la voglia di mettersi a disposizione delle altre donne. Era luce pura. Abbiamo pensato che questo libro potesse essere utile a tante donne, ma anche a giovani, padri e mariti: a chi ha bisogno di un appiglio perché non ha ancora la forza di reagire”.

Signora Cucchi, quando ha capito che quella che viveva non era semplicemente una relazione difficile, ma violenza?

MC: “In realtà, se ci penso ora, l’ho sempre saputo, ma non volevo ammetterlo a me stessa: era troppo doloroso e umiliante. Quando sono riuscita a riprendere i contatti con le mie vecchie amicizie e a raccontare cosa vivevo in casa, una mia amica mi ha definitivamente aperto gli occhi”.

Dopo vent’anni di cronaca come giornalista e tante storie di violenza raccontate, che cosa ha trovato nella vicenda di Moira che ancora non aveva incontrato?

FC:“Una donna con un’attitudine estremamente positiva e propositiva, nonostante gli anni di violenza subita. Molte donne riescono a reagire e a costruirsi un futuro bellissimo, altre rimangono con una patina di tristezza, assolutamente comprensibile. Moira, invece, era luce pura. È stata un’esperienza fortissima e ringrazio lei per aver condiviso con me la sua vita: mi ha permesso di diventare una persona migliore, più sensibile, attenta e comprensiva”.

Il controllo e il gaslighting (manipolazione psicologica) sono tra gli aspetti più insidiosi della violenza che racconta. Come si arriva a considerarli amore e a dubitare perfino della propria percezione della realtà?

MC: “All’inizio vedevo il controllo come un gesto d’amore, di preoccupazione e di premura. Solo dopo anni mi sono resa conto che erano invece controllo e isolamento. L’ambivalenza dei suoi comportamenti, l’essere un principe azzurro e poco dopo trasformarsi in un demone, riversando la colpa sulla vittima, porta a pensare: “Se lui è il principe azzurro perfetto di cui mi sono innamorata, allora forse ha ragione lui e sono io ad aver sbagliato”. Fino ad arrivare a convincersene. È una dinamica che ho vissuto anch’io e che oggi aiuto le donne a riconoscere. Purtroppo la vedo anche tra i giovani, quando confondono la gelosia e il controllo con una dimostrazione d’amore: “Più è geloso, più mi ama”. È molto preoccupante”.

Nel libro raccontate controllo, manipolazione, isolamento, violenza economica, stalking e gaslighting. Quali sono i segnali che vengono più spesso sottovalutati?

FC: “I manipolatori sono molto abili nell’insinuare dubbi nelle donne che hanno al loro fianco. A volte si fa finta di non vedere per vergogna, perché non c’è indipendenza economica o perché ci sono i figli. Per questo nel libro abbiamo cercato di mettere nero su bianco, con chiarezza, l’escalation della violenza e i primi segnali d’abuso. Il gaslighting è uno dei punti più importanti: alle donne dico di credere sempre in se stesse e nelle proprie sensazioni e di non fidarsi di chi dice che non vali abbastanza, che non sei abbastanza bella, che non cucini abbastanza bene o che esci troppo. Noi donne siamo fortissime, ma spesso abbiamo bisogno di iniezioni di autostima”.

C’è stato un momento in cui ha pensato concretamente di poter morire. Quanto sono stati importanti i suoi figli per trovare la forza di resistere e andarsene?

MC: “Ricordo la paura, il senso d’impotenza, la stanchezza e la consapevolezza del pericolo, la sensazione di dormire ogni notte “accanto alla morte”. L’amore per i miei figli mi ha dato la forza di sopravvivere. Non potevo lasciarli da soli nelle sue mani né permettere che crescessero pensando che quella fosse la normalità. Guardare i loro occhi, sentire i loro respiri, tenerli tra le mie braccia era l’unica fonte di energia che mi permetteva di andare avanti. Così ho preso tutto il coraggio che avevo e li ho portati via, disposta a correre qualsiasi rischio pur di salvarli”.

Lei insiste molto sul valore della prevenzione, soprattutto nelle scuole. Perché la sensibilizzazione è fondamentale e che cosa dovrebbe cambiare concretamente anche nelle istituzioni?

FC: “È un processo molto complesso, che richiede e richiederà tempo, perché i sentimenti sono estremamente complessi. La sensibilizzazione, soprattutto nelle scuole, è però un ottimo strumento per imparare a interpretare diversamente i segnali distorti di una relazione. Sul piano istituzionale, credo sia necessario lavorare sulla formazione di tutti gli operatori che entrano in contatto con le donne vittime di violenza: forze dell’ordine, magistrati, psicologi. Una parola sbagliata di un carabiniere può far tornare una donna a casa senza denunciare; uno psicologo che mette in discussione il suo essere madre può farle cambiare idea. Voglio però sottolineare che ci sono anche operatori straordinari, che svolgono il loro lavoro con grande sensibilità. Chi si occupa di questi temi deve avere un’attenzione e una preparazione non comuni”.

Uno dei suoi figli si mise in mezzo durante il tentativo di buttarla dal balcone. Come avete affrontato il trauma e che cosa le hanno insegnato, da adulti, sul modo in cui quella violenza li ha segnati?

MC: “Siamo cresciuti insieme, noi tre stretti nel lettone. Ho insegnato loro che insieme avremmo affrontato tutto, coltivando un rapporto di dialogo e fiducia. Quando sono stati pronti, entrambi hanno intrapreso un percorso psicologico per elaborare i traumi, a 17 anni. Mi hanno insegnato quanto sono forti e straordinari, perché hanno avuto il coraggio di mettersi in discussione e di chiedermi aiuto. Oggi sono due uomini affettuosi, consapevoli, maturi e responsabili. Darei qualsiasi cosa per poter cancellare il dolore che hanno provato”.

Dopo tanti anni di cronaca e di storie di violenza, che cosa continua a indignarla di più?

FC: “Chi vede e si volta dall’altra parte. Perché anche il silenzio è violenza”.

Dopo aver lasciato suo marito, ha avuto paura persino delle carezze. Che cosa l’ha aiutata a tornare a fidarsi dell’amore?

MC: “Sono serviti anni di lavoro su me stessa e l’incontro con un uomo meraviglioso, rispettoso, dolce e paziente, che mi ha insegnato cos’è il vero amore: rispetto, libertà, fiducia e affetto. Anche la mia rete di amici e familiari è stata fondamentale: avere accanto qualcuno che non si volta dall’altra parte significa avere protezione, comprensione, coraggio e la possibilità di tornare a vivere”.

C’è un momento preciso in cui ha pronunciato quel “Non mi uccidi” che dà il titolo al libro?

MC: “Sì, quando il mio ex marito ha messo le mani addosso a mio figlio. Io quello non lo potevo permettere. Ho racimolato tutto il coraggio che mi era rimasto e ho detto: ‘Non mi uccidi’”.

Oggi affianca altre donne che cercano di uscire dalla violenza. Che cosa riconosce in una donna che ancora non riesce ad andarsene e che cosa vorrebbe che imparasse a riconoscere nella propria relazione?

MC: “Riconosco il timore, la paura, il dubbio, lo sguardo basso e la stanchezza. Le accolgo, le ascolto e aspetto che siano pronte per accompagnarle fuori dal buio verso la vita. Vorrei che capissero che nessuno può dirci cosa possiamo fare, chi frequentare o dove andare, nessuno può insultarci o controllarci. In una relazione in cui sono presenti queste dinamiche non c’è amore”.

Ha scritto questa storia anche per i suoi figli? Che cosa vorrebbe che capissero leggendo il libro?

MC: “Non so se lo leggeranno e lo capirei, perché sanno già tutto: lo hanno vissuto con me. Mi hanno incoraggiata a scriverlo per aiutare chi ancora soffre e ha bisogno di fiducia, speranza e luce nel buio. Sono orgogliosa di loro per questo. Vorrei che ricordassero soprattutto l’amore che ci ha sempre uniti e la forza che i loro occhi, i loro abbracci e le loro manine mi hanno dato per reagire e salvarci. Per loro, ancora oggi, darei la vita”.

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