A leggere l’ultimo numero dell’edizione americana della «rivista che ha fatto la storia» Vanity Fair stridono i denti di fronte all’assoluto analfabetismo storico e la sgraziata importunità di inserire un Papa fra le persone meglio vestite del pianeta. I vanagloriosi di Vanity presentano - per la prima volta in questo decennio - la lista rammaricandosi che i selezionatori non potessero limitarsi a 10 perché il mondo, almeno secondo loro, è pieno zeppo di gente ben vestita. E così ecco qua 5 categorie fra originali e icone intramontabili dove lecitamente svettano la Kidman e Kravitz, Miuccia e Grace Jones ma dove all’improvviso, fra gli originali arriva Lui, prima di Byork e dopo un tipo vestito da pecora. È Pope Leo XIV, il successore di San Pietro e guida spirituale della Chiesa cattolica che esibisce segni visibili di un’autorità e di un servizio con radici profonde nella tradizione e nella spiritualità, scaraventato senza nessun garbo nell’elenco di celebrities con stylist a libro paga per non rischiare di passare inosservati. Anni fa un ex collaboratore di Vanity raccontò la sua esperienza svelando la vocazione all’autoreferenzialità oltre alla bislacca ossessione dei suoi colleghi del giornalismo patinato a scovare l’inappropriato. Stavolta si son distratti. O magari i selezionatori che hanno scelto il Papa «per l’eleganza classica mostrata indossando il cappotto bianco doppiopetto» (si chiama greca e non è di Prada ma un paramento) ignorano che il Papa la mattina non apra l’armadio pensando «oggi mazzetta sì o no? fascia rossa o bianca? cordone o catena? zucchetto?», che non ha uno stilista di riferimento ma un’assistente di camera (no, non butler) delegato ad aiutarlo nella vestizione perché le talari saranno anche eleganti ma sono altrettanto ingombranti. Sono ignari che sull’abbigliamento del Pontefice esista una continuità cerimoniale simbolica, che poco c’azzecca con le classifiche di una rivista, anche quando vuol far la storia. Forse quelli della Fiera delle Vanità la storia dovrebbero cominciare a studiarla, piuttosto che vagheggiare di farla.

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