Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 05:37
Aziende

La guerra irrompe nei camerini di Zara e H&M

Schizzano i prezzi del poliestere. Gli analisti vedono abiti più costosi fino al 20% in autunno

Shopping In bilico i brand di Inditex come Zara

C’era una volta il classico shopping del sabato: un giro tra Zara, H&M e Mango, una maglietta agguantata al volo e il solito dilemma davanti allo specchio, meglio blu o nera? Quest’autunno, però, varcare la soglia di un negozio richiederà un cambio di approccio: non basta più il buon gusto, ora serve preparare il portafoglio.

A Dhaka, nei capannoni di Plummy Fashions - struttura che rifornisce colossi del fast fashion come Zara o Pull&Bear - centinaia di macchine da cucire Juki giacciono spente e perfettamente immobili da ben 3 mesi. Il motivo? La guerra in Medioriente.

Dietro una semplice t-shirt si nasconde un equilibrio tra due fibre: il cotone e il poliestere. Se si voleva una maglietta di ottimo cotone, bisognava essere disposti a pagare almeno il doppio perché, quasi matematicamente, il materiale sintetico costava la metà della fibra naturale. Poi, tra fiammate geopolitiche e balzi del greggio, il filato di poliestere (che deriva dalla filiera petrolchimica) in Asia ha registrato un balzo del +25% nel giro di pochissime settimane, toccando i vertici più alti degli ultimi quattro anni. Ma rifugiarsi nel cotone sarebbe una scelta impossibile. Tra anomalie meteorologiche legate ad El Niño e carenza di fertilizzanti, i futures del cotone hanno raggiunto i picchi più elevati da due anni e mezzo, superando gli 86 centesimi per libbra(+30% su anno).

Insomma, il problema per l’industria tessile è che questa volta non c’è una materia prima in cui rifugiarsi. Che, per chi voleva dedicare il suo primo weekend libero allo shopping autunnale, significa aumenti di costi su tutti i fronti. Infatti, le materie prime pesano per circa il 60% sul costo di fabbricazione di un capo base, mentre il margine di guadagno reale per chi gestisce gli impianti galleggia su una percentuale risicata, compresa tra il 2% e il 3%. Con numeri del genere, l’effetto domino è inevitabile: i produttori tessili tedeschi segnalano rincari diretti fino all’8%, mentre le esportazioni di capi confezionati dall’India - hub produttivo del gruppo Inditex - cedono, nei primi quattro mesi dell’anno fiscale, un pesante 10,5 percento.

Secondo gli analisti di McKinsey gli aumenti di prezzo finali sui capi basici si assesteranno tra il 10% e il 20%. Ma la vera partita si giocherà sui dettagli che l’occhio non vede. Per evitare di spaventare i clienti con cartellini da capogiro - con una t-shirt a 35 euro - i marchi stanno cercando di risparmiare là dove il consumatore vede meno: assisteremo alla riduzione della grammatura dei tessuti (maglie più leggere), alla semplificazione dei modelli, al taglio dei ricami e all’eliminazione di zip extra o bottoni decorativi.

Il paradosso del nuovo shopping di stagione sta tutto qui: se per i colossi del settore ogni centesimo risparmiato può diventare decisivo sul confine tra un bilancio in utile o in perdita, per i consumatori la scelta finale rischia di diventare numerica e pragmatica. Forse questo autunno, saranno molti a decidere di riaprire l’armadio e reindossare quello che c’è già.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.