Bivacchi, lattine e abusivi. Ecco il parco Sempione ridotto a terra di nessuno

LA DENUNCIA Degrado del polmone verde. Potrebbe essere un biglietto da visita ideale per la città ma è stato trasformato in un mercato a cielo aperto. Sicurezza: 7 lombardi su 10 hanno paura

Bivacchi, lattine e abusivi. Ecco il parco Sempione  ridotto a terra di nessuno

Prendi un giorno qualunque, una pausa pranzo ad esempio. In questo inizio d’autunno che sembra ancora estate piena il Parco Sempione è l’oasi di sempre dove si rifugiano impiegati, studenti, turisti, cinesi che fanno le foto di matrimonio, qualche coppietta (regolare e non) e un sacco di gente che fa sport. Soprattutto che corre.
Dall’ingresso del Castello è un giro in tondo che va verso la Triennale, poi l’Arco della Pace quindi l’Arena, l’Acquario civico e poi ancora il Castello. Tre chilometri e 200 metri, passo più passo meno, che stanno diventando un bivacco di varia umanità. Se si potesse riassumere tutto con una foto, l’immagine che ne esce è più quella di un grande «barnum» che di una cartolina da spedire ai parenti. E non è un bel biglietto da visita considerando che questo è il cuore della città, la zona dove arrivano i turisti e dove iniziano i tour guidati sui bus a tetto scoperto.
Insomma, chi viene a Milano in vacanza prima o poi da queste parti ci capita, si ferma e fotografa. Sarebbe bello, come si vede in tante altre città europee del Nord Europa da Zurigo a Bruxelles, tanto per citarne due, che in centro davanti ad uno dei monumenti più frequentati ci fosse una pattuglia dei vigili in alta uniforme ma anche solo una pattuglia in normale uniforme a cui poter chiedere informazioni. Anche perché, senza tornare ai tempi di Toto e Peppino e al loro «nous volevon savoir...», fino a poco tempo fa in Galleria c’erano.
Ma torniamo al perimetro del Parco, ai tre chilometri e duecento metri che costeggiano la cancellata del Sempione. Pare quasi ci sia stata una tacita divisione delle zone. La porta d’ingresso del Castello, quella che sta davanti alla grande fontana, è terra d’Africa dove operano abbastanza indisturbati i venditori di borse e di occhiali che espongono la loro merce sulle lenzuola stese proprio sulla via dell’ingresso. Pochi passi più in là si guadagnano la pagnotta anche un paio di disegnatori che fanno i ritratti e gli uomini statua che però, si potrebbe obbiettare, si trovano anche a Montmartre o sulle ramblas di Barcellona. Niente da dire. Ma è un bell’ingorgo tant’è che per entrare nella piazza d’armi del Castello bisogna zigzagare cercando di non pestare «tarocchi», colori e tavolozze.
Si va avanti costeggiando il parco e si arriva abbastanza tranquilli fino alla zona della Triennale. É un luogo di cultura, gli abusivi si adeguano e infatti qui si vendono libri. Non si può tanto facilmente decidere di acquistare oppure no, perché se ti agganciano un educato «no grazie» non produce effetto alcuno. Insistono, ti fermano e se svicoli ti seguono, una marcatura a uomo che molto spesso dà buoni risultati (per loro) ma non è piacevole. Il giro continua superando la Triennale verso l’Arco della Pace. Prima di arrivarci, svoltando a destra in via Mario Pagano la cancellata si apre in un piccolo slargo con delle panchine. Qui nessuno vende nulla. É un bivacco di disperati che non se la passano benissimo e, a giudicare dai borsoni che si portano appresso, non hanno nessun altro posto dove andare. Siamo nella zona del Parco che si affaccia sull’Arco della Pace, dove una volta i cinesi avevano costruito dei mini appartamenti sulle impalcature, e dove nei giorni scorsi c’erano le tensostrutture per le sfilate della moda. Dovrebbe essere un posto «in», anche perché dall’altra parte della piazza ci sono fior di locali con i tavolini all’aperto sempre affollati nelle ore di pranzo, ma in realtà è abbastanza «out» perché sporco e trascurato soprattutto dove ci sono le fontanelle che molti clochard usano come fossero un «diurno». Si continua il tour costeggiando l’inferriata di via Agostino Bertani per svoltare ancora a destra sul marciapiede e sulla ciclabile di viale Elvezia. Un isolato più in là è zona cinese ed infatti qui all’angolo ogni tanto qualche asiatico che vende paccottiglia si incontra. Ma non è questo il problema più grande. Questa è zona di transito di cani e di chi li porta a spasso: si capisce dal cattivo odore e da qualche «sorpresa» dimenticata sulla strada (ma per i padroni poco attenti non dovrebbero esserci le multe?).
Il giro va. Viale Elvezia, l’Arena, via Legnano filano via all’ombra dei platani: è la zona dei clochard, ognuno ha la sua storia, ognuno i suoi acciacchi, ognuno la sua panchina che usano per leggere, dormire e aspettare che passi la giornata. Dopo l’Acquario civico si arriva in via Gadio e ancora al Castello. Prima di arrivare a chiudere l’anello dei tre chilometri però c’è ancora una «zona» da segnalare ed è quella dove ogni tanto si danno appuntamento i ragazzini sudamericani, sulle panchine sotto una delle torri dello Sforzesco. Bande? Non è detto comunque hanno l’aria tosta di chi è abituato a starsene in strada. Non sempre ci sono ma quando si ritrovano si notano perchè fanno gruppo e caciara. Niente di male per carità, se non che servirebbe qualcuno che spiegasse loro che birre, lattine e cartacce non è bello lasciarle sulle aiuole del parco. Già, ma chi?

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