Se ne favoleggiava da tempo, ma ora è ufficiale: il 18 settembre la Parlophone la stessa etichetta discografica che azzeccò la mossa del secolo mettendo sotto contratto i Beatles pubblicherà i brani registrati da David Bowie nel 1965 sotto l'egida del produttore Shel Talmy, nume tutelare di celebri incisioni inglesi del decennio, come You really got me dei Kinks e My generation degli Who.
Bowie, al secolo David Robert Jones, si faceva ancora chiamare Davie Jones, nome in seguito rigettato in favore di David Bowie per non essere confuso con il Davy Jones dei Monkees, ed era alla ricerca di un sound personale. Ammaliato come la sua intera generazione dalla musica e dalla personalità dei pionieri americani del rock'n'roll e dei decani del blues da Elvis a Chuck Berry, da Eddie Cochran a Gene Vincent, da Howlin' Wolf a Muddy Waters non aveva ancora plasmato quel corredo di suoni e teatralità che ne avrebbe contraddistinto la carriera. In fondo, è proprio quella la ragione per la quale i discografici da sempre tentano di affiancare a una star pronta a sbocciare un produttore che ne contenga l'esuberanza, la incanali in una direzione "commerciale" o, comunque, in armonia con le scelte della casa madre, e la aiuti a trovare la propria essenza più pura.
Sono passati poco più di dieci anni dalla scomparsa di Bowie e dall'uscita, con una tempistica quasi diabolica, del suo ultimo disco, Blackstar, epitaffio commovente e musicalmente geniale dell'artista, e questa raccolta di imminente uscita, The Shel Talmy Recordings, merita di essere considerata nella sua interezza. Qualcuno potrebbe storcere il naso e liquidarla come una mera scelta commerciale, un tentativo zoppicante di raschiare un barile sempre più asciutto, ma sentire la voce di Bowie intonare il brano I Want Your Love, già disponibile all'ascolto, getta ulteriore luce sul suo processo formativo: il timbro grave che ne avrebbe contraddistinto l'intera parabola artistica è presente solo in parte e a dominare l'atmosfera è una voce ancora giovanile ma pure graffiante, in perfetto stile "British Blues" anni Sessanta. Non a caso, Shel Talmy aveva contribuito a dare una direzione a band straordinarie come Kinks e Who e a far uscire le voci grintose di Ray Davies e Roger Daltrey, ma il suo zampino l'ha messo in decine di registrazioni, soprattutto dischi inglesi del periodo, lui che era americanissimo. Sembra quasi di udire nel timbro adolescenziale che Bowie ostenta in I want your love (e pure nella foto iconica che lo accompagna) qualche eco del coevo Paul Jones, la voce dei Manfred Mann e uno dei timbri rock-blues più riconoscibili.
Uno degli elementi di maggior intrigo di queste registrazioni 22 brani in tutto, di cui 10 inediti è la presenza alla chitarra di Jimmy Page, poco più che ventenne ma già sessionman di vaglia e astro nascente del pop britannico, che più che alle icone del rock'n'roll aveva lo sguardo rivolto ai mostri sacri del blues di Chicago su cui si era fatto le ossa, il che gli avrebbe consentito di approdare a lidi creativi impensabili, prima con gli Yardbirds e poi con i Led Zeppelin. Al suo fianco c'è pure il pianista e organista Nicky Hopkins, altro turnista in decine di dischi inglesi e americani.
Al tempo, era pratica comune eseguire numerose cover e l'idea che un artista o un gruppo potessero scrivere e incidere soltanto brani di propria creazione non si era ancora imposta: anche in ciò i Beatles furono dei pionieri, interrompendo quella consuetudine proprio nel 1965 con l'album Rubber Soul, che contiene solo canzoni originali.
Per arrivare alla modernità di Hunky Dory (1971) e Ziggy Stardust (1972), Bowie, come molti cantanti inglesi del periodo, affrontò i classici che lo avevano ammaliato.
Come scrive Alec Palao nelle note di copertina, la musica di Bowie contenuta in questa raccolta "non va giudicata in base agli standard della carriera successiva bensì agli standard di ciò che era in corso in Inghilterra in quel momento". Secondo Talmy, invece, lui e Bowie purtroppo "erano avanti di sei anni rispetto al mercato".
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