Ci è arrivato quando ormai aveva perfino smesso di cercarla. «L’ultima Thule attende al nord estremo, nel freddo dove tutti finiremo». Francesco Guccini è un albero antico che cade e lascia un vuoto che non si può raccontare e se ne va il primo giovedì di agosto come se fosse un giorno normale e non quello dove i migliori decidono di salutare, perché fa troppo caldo per restare a terra ed è arrivato il tempo di raggiungere gli amici veri, che «non sono razza d’artista, né maschere da gogna e chi fa il giornalista si vergogna». Se ne va senza annunciarlo, così alla chetichella, per pudore montanaro, portandosi dietro i suoi eroi di carta spessa, i vagabondi stralunati, i fuori posto, i navigatori troppo caparbi, i guasconi innamorati, i Sancho Panza e i don Chisciotte. Se ne va con le sue canzoni di notte, la numero uno, la due e la tre, sempre alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare, con le osterie di fuori porta cantate e mai più ritrovate, «Bologna bambina per bene, Bologna busona». Bologna di via Paolo Fabbri 43 e del pensionato, che si racconta piano con il suo tono un po’ sommesso.
Guccini Francesco fu Ferruccio, con il padre che lavorava alle poste e finì in un campo di prigionia in Germania perché si rifiutò di giurare fedeltà ai fascisti repubblichini. Francesco che sognava di fare il giornalista, scribacchiando alla Gazzetta di Modena e quando ne incontrava uno per sbaglio, magari si lasciava scappare un «lo sai che ti invidio?». Guccini che ancora si sentiva in colpa di non aver ascoltato sua madre, perché un laureato vale più di un cantante. Guccini che sognava Parigi e da giovane sentiva un po’ stretta la piccola città, bastardo posto. Guccini nipote di Amerigo che partì per l’America. Guccini che burbero lo era per davvero ma solo per non passare per romantico. Guccini che ha immaginato il mondo per poi tornarsene a Pàvana, frazione di Sambuca Pistoiese, lì dove c’era il mulino dei suoi nonni. È qui che trova la voglia e la fatica di scrivere romanzi, cominciando con le Cròniche epafàniche e poi duettando di giallo con Loriano Macchiavelli, fino alle ultime divagazioni di lessico e ricordi, di cose che non ci sono più, di conti che non tornano, di lotte d’amore con la vita, tipiche di certi anarchici che invecchiando sbandano un po’ troppo a sinistra, per colpa o per virtù.
Pàvana è un pugno di case a quattrocentonovantuno metri, sul versante sinistro della Limentra, dove l’Appennino non è più Toscana e non è ancora Emilia. Bastardi di confine si chiamavano da soli, e per questo parlano in modo curioso. Il mulino del nonno, quel Francesco che tutti chiamavano Chicón, il mugnaio, se l’è tenuto stretto fino a farne uno studio di registrazione, che poi è il modo montanaro di dire che non si butta via niente. E siccome un paese esiste finché qualcuno sa nominarlo, Guccini ha fatto la cosa più seria che possa fare un poeta, si è messo a compilare il dizionario del dialetto di Pàvana, come un notaio della memoria, prima che il tralummescuro, quell’ora che sta tra la luce e la notte, se lo portasse via del tutto. Guccini che sul palco non preparava niente, e De André, che una sera andò a sentirlo, chiese se quei discorsi se li scrivesse prima e poi si arrese, io non ne sarò mai capace. Guccini che alza il fiasco all’ultimo concerto e sembra salutare proprio te e poi si copre col mantello il capo e più non sente. «E mi addormento, e mi addormento, e mi addormento...».
