Calaferte, tornano le passioni censurate

Esce anche in Italia «Settentrione» il romanzo dell’autore francese che nel 1963 fu ritirato dalle librerie

I libri proibiti sono sempre interessanti. Salvo poi deludere. Ma non è certo il caso di Septentrion, di Louis Calaferte (Torino 1928 - Digione 1994), che fu ritirato a forza dai negozi nel 1963 e apparve in Francia e per la prima volta in Italia in questi giorni, edizione Neri Pozza, titolo: Settentrione (pagg. 365, euro 18). La riscoperta è dovuta a Giovanni Russo, che ci ha pensato tre anni fa, affidandone la traduzione a Francesco Bruno (traduzione elegantissima, va detto). Ci si accorge subito di trovarsi davanti a un grande libro, probabilmente un capolavoro. È il romanzo autobiografico di un giovane spiantato e ambizioso, aspirante scrittore, costretto a scegliere tra sfacchinare miseramente in fabbrica o farsi rinchiudere in una gabbia dorata da un’amante facoltosa e tirannica, di vent’anni più vecchia: la signorina Nora Van Hoeck, «l’olandese mistica dotata di una sontuosa vagina scultorea, caldaio da forgia senza uguali».
Il giovanotto potrebbe quasi esclamare, con Drieu La Rochelle: «Detesto i ricchi, ma i poveri mi fanno schifo». Un bel dilemma. Così è la vita, però. Bestiale. Ordinata in base a istinti primordiali coperti da una spesa coltre d’ipocrisia. «Perché non guardare le cose in tutta la loro realtà?» si chiede. Già, perché? Forse perché non conviene a nessuno. Siamo sempre più abituati a una letteratura rassicurante. Settentrione non rassicura per niente. «La mercede della nostra maledizione è che l’uomo sia ovunque estraneo all’uomo», sostiene a un certo punto il protagonista/autore. Ferocemente antiborghese, Calaferte fu tuttavia un isolato, non organico all’intellighentia di sinistra. Sosteneva: «Le ideologie m’importano poco. Sono dalla parte della dignità dell’uomo». Nella vita tutte le scuse sono buone per rimandare l’incontro con la propria solitudine, con una durezza che tuttavia riappare sempre, invincibile, sotto le sembianze della povertà, dell’ignoranza, della svendita di se stessi. Quando il libro uscì, nel 1984, l’autore, forse un po’ snobisticamente, ne prese le distanze, sostenendo di sentirsene oramai lontano, e di ritenerlo niente più che un diario della propria giovinezza. Eppure i temi fondamentali di tutta la sua opera, almeno quaranta lavori tra romanzi e drammi teatrali, sono sempre quelli, e in particolare la sessualità come diversivo dalla disperazione. Ne La meccanica delle donne, pubblicato in Francia nel 1992 e in Italia nel 1994 (edizioni ES), una lei è descritta così: «Inarcando il corpo, protende il sesso. “Con questa si muore un’infinità di volte. Vuoi provare? Io sono una buona piccola morte troia”».
Non c’è da stupirsi se la censura si abbatté su Calaferte, ma non solo nel modo già descritto. Fu misconosciuto, poco citato dai suoi contemporanei, per niente premiato dalle accademie o dai salotti. Il che si dovette forse a una certa sua asprezza di carattere, perfino all’irascibilità. Sicuramente nella tendenza all’isolamento. Settentrione fu scritto in un paese sulle montagne vicino a Lione, Mornant. Il titolo indica che lo sguardo dello scrittore era rivolto a Nord, alla Nora di Ibsen omonima della sua protagonista femminile. E per tutte le sue quattrocento pagine non si discosta mai da una bruciante tensione mistica. L’erotismo brutale non è che l’altra faccia della aspirazione a una morale assoluta. Non a caso il critico Philippe Sollers del Nouvel Observateur osservò che «non si è mai scritto qualcosa di così forte, di così crudo e violento. E spassoso. E orribile. E forse profetico. Non aver letto o non leggere immediatamente Settentrione è profondamente immorale». Tanto più che questo libro seguiva il folgorante esordio di Requiem des innocents (non disponibile in italiano). E tanto più che si tratta di un coraggioso atto d’amore per la letteratura. Il giovane non riesce a scrivere una riga né quando è sottoposto all’avvilente routine della fabbrica, tantomeno quando si ritrova schiavo della sua posizione di mantenuto, troppo ingozzato per parlare. Proprio così. La parola gli si tronca in gola, il cervello si riduce alle dimensioni di una nocciolina. Il libro può aspettare, si ripete. Ma aspettare che cosa? Si può davvero cercare di sfuggire al proprio destino?
«La smania di scrivere mi solletica deliziosamente il cervello. Ho fame.

Fame di parole, di frasi, di paragrafi, di pagine, di punteggiatura, di libri, di sogni a occhi aperti, di personaggi. Fame di Verbo. Fame di Vita. Vivere la mia vita. Nel mio caso ciò significa: vivere per interpretare la vita. E, dato che c’è Dio, io sono un allegro disperato».
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