Veniva da Travagliato e quel paese di origine è stato anche il suo finale di vita. I campioni muoiono all’alba e Franco Baresi ha atteso l’ultimo giorno di luglio per alzare il braccio e chiudere la sua esistenza. Libero, il suo ruolo, un aggettivo poi sostantivo nel football, libero di giocare, un calcio moderno, cinico e raffinato, poderoso ma non prepotente, Baresi ha anticipato gli avversari ed anche i cambiamenti di questo sport, era uomo di rarissime parole con i giornalisti ma quelle giuste sapeva usarle in campo, con quello sguardo malinconico e sofferente che improvvisamente si apriva in un sorriso che però era un ghigno, quasi perfido, spavaldo come la sua andatura sul prato di San Siro e dovunque, quasi una passeggiata leggera, per stile e per classe.
Un ragazzo del ‘60, l’anno di nascita di Diego Armando, l’estate delle Olimpiadi di Roma, vallo a spiegare ai docenti di oggi quale era il calcio di Franco, vallo a raccontare a quelli della costruzione dal basso, Baresi sapeva fare tutto, davvero, lo chiamavano el piscinin perché a diciotto anni aveva già vinto lo scudetto e sarebbero venuti, dopo, allori mille e anche sofferenze, la pubalgia feroce che lo costrinse alla sedie a rotelle tanto il dolore all’inguine lo tormentasse ma seppe rialzarsi e correre e vincere, dribblando altri fatti della vita quotidiana.
Le lacrime di quel luglio, giorno 17, del ‘94 lo resero al mondo fragile, aveva sbagliato un calcio di rigore nella finale contro il Brasile nella quale si era presentato con una gamba ferita, eppure era stato attore principale di una partita tossica, esauritasi in quel modo che nulla c’entra con il gioco.
Piangeva e stava stretto ad Arrigo Sacchi che lui non amava ai massimi però fu il suo allenatore ossessivo ed ossessionante di club e di nazionale, Franco sapeva andare oltre, condivideva il campo con Maldini e Tassotti e Costacurta e Filippo Galli, bella gente, illustre generazione rossonera e azzurra, album di figurine da collezionisti.
Il tempo offre strane coincidenze, le cronache riportano il divorzio dalla nazionale di Paolo Maldini e Leonardo, furono suoi sodali e oggi sono più soli di tutti gli altri. Il vento caldo ha portato via un campione di razza, le parole volano come erano il suo incedere, la memoria suggerisce immagini come di un treno in corsa, noi non riusciamo a intravvedere tutti i passeggeri ma loro ci fissano e resta il silenzio stupito.
