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Calcio

Calcio in lacrime per la morte di Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale

Lo storico capitano dei rossoneri che diede il via all’epopea del Milan di Berlusconi, diventando il simbolo del milanismo in tutto il mondo, si è spento a soli 66 anni. Esempio di sportività e di classe in campo e nella vita

Franco Baresi

Se n’è andato in punta di piedi, senza causare disturbo alcuno, restando fedele fino alla fine al suo carattere riservato, un po’ schivo che lo aveva reso un simbolo di quella Milano operaia che in lui si rivedeva. Franco Baresi ci ha lasciato dopo una malattia fulminea, senza che alcuna voce sulle sue condizioni di salute fosse trapelata come succede di solito. Con lui se ne va un altro pezzo di quel Milan glorioso che aveva fatto innamorare il mondo, portando una messe di titoli enorme ma soprattutto la stima e il rispetto dell’intero pianeta.

Franco Baresi ha vestito un’unica maglia per tutta la sua carriera, resistendo alle sirene che l’avrebbero voluto giocare a fianco del fratello maggiore Beppe, che aveva scelto la sponda nerazzurra del Naviglio. Il piscinin è cresciuto tanto negli anni, diventando il cuore e l’anima di quella straordinaria difesa a quattro che fece grande il Milan di Sacchi prima e di Capello poi. La sua Milano è rimasta attonita di fronte a questo fulmine a ciel sereno, pronta a stringersi attorno alla famiglia e al club a cui ha dedicato la vita.

Kaiser Franz, come Beckenbauer

Basta dire le parole “Franco Baresi” a chiunque conosca un minimo di calcio e scorrono di fronte agli occhi immagini su immagini. I più nostalgici ricorderanno il grave infortunio ad Usa 1994, il recupero a tappe forzate pur di non perdere la finalissima e la disperazione dopo che la lotteria dei rigori favorì il Brasile. Altri, invece, penseranno subito alla sua determinazione ferrea, alla capacità soprannaturale di coprire mezza difesa, riuscendo sempre a fermare qualunque attaccante si presentasse dalle sue parti. Uno dei cori della Curva Sud esprimeva quello che ogni milanista sentiva del cuore: di capitano ce n’è uno solo e il suo nome è Franco Baresi.

Il suo soprannome raccontava molto di lui, “Kaiser Franz”, un parallelo con quell’altro Franz, Beckenbauer, che aveva tracciato il cammino con le maglie del Bayern Monaco e della nazionale tedesca, tenendo spesso in piedi un reparto da solo. Franco Baresi è considerato da molti uno dei migliori 20 giocatori del ventesimo secolo, entrando nel ristretto novero dei difensori più grandi di sempre. Uno dei suoi pochi crucci fu il fatto di non aver mai vinto il Pallone d’Oro: per ben sette volte fu nel novero finale dei candidati da France Football ma la giuria gli preferì sempre qualcun altro, come nel 1989, quando ad alzare il trofeo fu il suo compagno di squadra Marco Van Basten.

Come lui nessuno mai

La fascia da capitano al braccio per ben 15 anni, un record di presenze, 719, secondo solo al suo pupillo e compagno di reparto Paolo Maldini. Gli statistici ricorderanno i sei scudetti, le due Coppe dei Campioni mentre pochi ricordano come in quella magica sera del 1982, al Santiago Bernabeu con Rossi e Pertini c’era anche lui, pur solo in panchina. Una volta conquistato il posto da titolare e la fascia di capitano della Nazionale, visse le delusioni atroci del mondiale di casa e di quello americano ma questo non diminuì mai l’affetto enorme del popolo del Diavolo. Il grande Gianni Brera non lesinò i complimenti nei suoi confronti, facendo notare come la sua classe cristallina fosse pari solo alla sua cattiveria e prepotenza sportiva

Baresi era fatto così: tanto timido e taciturno fuori dal campo quanto feroce nel difendere la porta, nel tracciare una riga per terra ed impedire a chiunque di superarla. Oltre alle capacità individuali, la sua capacità di dirigere la difesa come un’orchestra è tuttora un esempio per chiunque giochi come difensore centrale. Un difetto, però, ce l’aveva: non aveva il vizio del gol, solo 31 nella sua ventennale carriera col Milan, nessuno con la maglia della Nazionale. Ai nostalgici importa poco: se n’è andato Kaiser Franz. Il calcio e il Milan non saranno mai più gli stessi.

Da Travagliato con furore

Quando Franco Baresi è apparso sugli schermi di tutto il mondo, tedoforo dell’olimpiade della sua Milano, magari si sarà chiesto come aveva fatto uno come lui, nato in campagna, in condizioni certo non semplici, ad arrivare in cima al mondo. A testimoniare la sua grandezza, il fatto di essere stato il primo giocatore di calcio italiano la cui maglia con il mitico numero sei è stata ritirata dal suo club, come succedeva nella Nba per i grandissimi. L’inizio della vita e della carriera di quello che sarebbe diventato il leader indiscusso degli “invincibili” rossoneri nonché presidente onorario e bandiera eterna non è stato certo semplice. Di soldi nel suo casale di campagna a Travagliato, cittadina nella bassa Bresciana, ce n’erano sempre pochi. I valori e la fede, invece, incrollabili, come la disciplina e la capacità di sacrificio che sarebbero diventati una delle sue caratteristiche distintive.

Mamma Regina, papà Terzo e quattro tra fratelli e sorelle vivevano con pochi principi incrollabili: si lavora tutti, si lavora senza lamentarsi perché i campi e le mucche non sentono scuse. L’unico svago oltre alla scuola in quei 14 anni era solo il pallone. Viste le ristrettezze economiche, San Siro era un sogno lontano: la prima partita che Franco ricorda, la mitica Italia-Germania 4-3, la vide da un parente quando aveva dieci anni. Le partitelle infinite coi fratelli Beppe e Angelo tra l’aia e il muro della cascina si trasformarono nelle gare all’oratorio San Michele, dove padre Piero Gabella fondò una squadra giovanile. Due allenamenti alla settimana, presenza obbligatoria alla Messa domenicale. zero protagonismi, il gruppo prima di tutto. L’Uso Travagliato vinceva tornei giovanili a raffica, tanto da portare gli scout delle milanesi: Beppe finì alla Pinetina, Franco a Milanello.

A guidarlo furono Rivera e Bigon

Essere il fratello minore di una famiglia calcistica non è mai semplice, anche quando sei stato dotato dal Padre Eterno di un talento unico e, forse, irripetibile. Nel giro di due anni, Franco perse sia la madre che il padre, trasformando il Milan nella sua seconda famiglia ed affidandosi alla fede come sostegno nei momenti più complicati della sua esistenza. Al Milan si fece strada in fretta, trovando due alleati importanti in Gianni Rivera e Alberto Bigon, che guidarono un timido diciottenne e gli diedero la fiducia di diventare uno dei più grandi di sempre.

Lo scudetto della stella, il primo trionfo di Kaiser Franz, il premio scudetto che Rivera pretese andasse anche per il “Piscinin”, la sua prima auto, la moglie Maura incontrata durante una trasferta, nel suo ristorante a Montevarchi, la casa a Forte dei Marmi. Franco riuscì ad uscire dall’ombra del fratello Beppe, tenendo dritta la barra per poi far esplodere il suo talento quando i soldi del Cavaliere fecero arrivare tanti talenti al Milan. Ad accoglierli c’era lui, il cuore e l’anima di un club che stava cambiando pelle ma che aveva nella sua figura l’ancora più importante.

Una vita in rossonero

Baresi non aveva bisogno di alzare la voce nello spogliatoio: il rispetto se lo conquistava con i fatti più che con le parole. La generosità sempre discreta, la voglia di aiutare sempre chi è in difficoltà, la calma e la sicurezza che infondeva negli altri sarebbero diventate leggendarie, guadagnandogli il rispetto di tutto il mondo del calcio. Sembra assurdo parlare della vita di Franco Baresi senza parlare delle tante vittorie ma anche delle delusioni, degli alti e bassi di una carriera durata più di vent’anni, di come la sua figura sia diventata intrinseca all’identità del Milan. Quel club che, nel giro di pochi anni, sarebbe passato da squadra operaia a dominatore del calcio mondiale, è sempre stato casa sua.

Gli screzi e le litigate non sono mancate, ma ogni rottura non è mai stata definitiva. La famiglia, specialmente nella bassa Bresciana, è una roba troppo importante per lasciare che due parole rovinino tutto. Le proprietà sono arrivate e se ne sono andate, le promesse si sono susseguite una dopo l’altra ma il Milan poteva sempre rivolgersi al suo capitano per ritrovare la stella polare.

Ora che ci ha lasciato, lo sconforto del popolo del Diavolo è ancora più acuto. Il Milan ha perso la sua pietra angolare, il suo nucleo emotivo più importante. Alla dirigenza e ai giocatori il compito non semplice di onorarne la memoria nell’unico modo possibile: riportando il Milan in cima al mondo.

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