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Usa 1994

Quel recupero lampo dopo il menisco rotto per giocare la finale dei Mondiali nel ‘94

A venticinque giorni da una delicatissima operazione al ginocchio il capitano della Nazionale giocò la partita più bella della sua carriera. Non la vinse ma riuscì a renderla eterna

Franco Baresi al Mondiale 1994

C’è un modo di perdere, nel calcio come nella vita, che certe volte vale più di qualsivoglia trofeo. Franco Baresi - che ci ha tristemente lasciato troppo presto - lo ha scoperto il 17 luglio 1994, sotto il sole spietato del Rose Bowl di Pasadena, quando è uscito dal tunnel con la fascia al braccio e un ginocchio che, venticinque giorni prima, un chirurgo aveva riaperto. La sentenza era netta: mondiale di Usa ‘94 terminato.

Bisogna tornare indietro, al 23 giugno, per capire la misura dell’impresa. Italia-Norvegia, secondo turno del girone, Azzurri già col fiato corto dopo il ko con l’Irlanda. Al 4′ della ripresa Baresi scivola in un contrasto, sente una fitta, si rialza, prova a camminare, prova a correre: niente. Il menisco del ginocchio destro è saltato. Ha trentaquattro anni, è al suo ultimo Mondiale, e in quell’istante la sua avventura americana sembra già chiusa in un referto medico.

Il Milan, comprensibilmente, lo vuole a casa: si operi, si curi, pensi alla stagione che verrà. Ma Baresi, che nella vita ha sempre risposto ai pronostici avversi con la sola arma conosciuta - la testardaggine -, tenta un’altra strada. Vuole operarsi lì, a New York, al Lennox Hill Hospital, e restare in ritiro. Vuole crederci, anche quando la ragione suggerisce il contrario. “Chiedere a Baresi di giocare la finale sarebbe come chiedere a qualcuno di correre il Tour de France dopo un po’ di cyclette”, dirà il preparatore atletico Vincenzo Pincolini a tre giorni dalla partita. Un’immagine tanto perfetta quanto sbagliata.

Perché mentre i medici misurano il gonfiore e le settimane passano, l’Italia di Sacchi - bruttina, sofferente, ma capace di trovare in Roberto Baggio la sua ragione di sopravvivenza - comincia a vincere. Agli ottavi piega la Nigeria, ai quarti la Spagna, in semifinale la Bulgaria: sempre con un gol del Divin Codino a spostare la storia un po’ più in là.

Baresi, intanto, si allena a parte, testa il ginocchio, si aggrega al gruppo. “Per me è finita, ora tocca a voi”, dice ai compagni appena tornato dall’intervento. Ma un uomo che ha costruito la propria carriera sfidando ogni previsione - da ragazzino troppo piccolo per fare il libero, diventato il più grande libero della sua epoca - non si arrende mai fino in fondo, nemmeno quando lo dice ad alta voce.

Sacchi lo porta con sé fino alla vigilia della finale, indeciso, poi decide: Baresi gioca. Titolare, capitano, contro il Brasile di Romario e Bebeto, sotto trentasei gradi e un’umidità che toglie il respiro anche a chi il ginocchio ce l’ha intatto. E lì, in quelle due ore, accade qualcosa che va oltre la cronaca sportiva: Baresi non si limita a resistere, domina completamente. Anticipa, guida, comanda la retroguardia come se il tempo non fosse passato, come se il bisturi non lo avesse mai sfiorato. Ai centoventi minuti arriverà stremato, con i crampi che gli mordono le gambe, ma senza aver concesso nulla. Attaccanti carioca annullati. “Forse la prestazione più bella della mia carriera”, dirà anni dopo. E chi lo vide in campo quel giorno non troverà motivo per contraddirlo.

Poi i rigori, e la beffa che il destino riserva talvolta a chi ha dato tutto: Baresi si presenta per primo sul dischetto, e il pallone vola alto sopra la traversa. L’Italia perderà quella finale. Ma è proprio in quell’errore, in quelle lacrime che il mondo intero vede scorrere sul volto di un capitano che aveva vinto ogni cosa possibile con il Milan, che si misura la statura vera dell’uomo.

Non ci sono trofei che raccontino meglio Franco Baresi di quei centoventi minuti giocati sul filo del dolore, per amore di una maglia e di un gruppo che aveva bisogno di lui. La favola non ha avuto lieto fine. Ma di rado la grandezza ne ha bisogno. Ci mancherà terribilmente, ma resterà eterno.

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