Abodi e la politica (qui intesa come palazzo Chigi) sono per fortuna usciti di scena («solo lo sport può commissariare» dixit il ministro dello sport) e sul terreno sono rimasti il presidente del Coni Buonfiglio e Malagò. Insensibili ai tormenti della Nazionale di Mancini che stasera va incontro a uno snodo decisivo, il botta e risposta tra i due dirigenti è proseguito. Complice l’intervento, a gamba tesa, di Ceferin presidente dell’Uefa. Dal Foro Italico Buonfiglio per mettersi al riparo da altre censure ha citato il precedente «del 2017 con Malagò presidente del Coni». A dire il vero la data è sbagliata perché accadde nel gennaio del 2018 che la federcalcio, dopo una tornata elettorale con tre candidati (Gravina, Sibilia e Tommasi) risultò incapace di eleggere il presidente determinando così l’obbligo dell’intervento del Coni. La differenza con il caso attuale del mancato tesseramento di Malagò è elementare: qui il presidente della Figc è stato eletto con il 70% e con lui è operativo il consiglio federale, ha già rimesso in moto la macchina del club Italia con la nomina di ct (Mancini), presidente (Ranieri) e capo-delegazione - Diana Bianchedi - (altra questione che ha indispettito Buonfiglio; ndc) e nel frattempo lo stesso Coni non ha rilevato alcuna anomalia tanto che la questione è finita sul tavolo della giunta Coni su intervento del procuratore dello sport Taucer in opposizione alla richiesta di archiviazione del procuratore Chinè. A pubblica conferma dell’esercizio naturale dell’attività della federazione, ieri, Figc e Socar hanno concluso un accorgo strategico (l’azienda è la compagnia energetica nazionale dell’Azerbaigian, sarà partner energetico globale delle Nazionali fino al 2030) che vuol dire schierare uno sponsor per i prossimi 4 anni. In tale contesto l’ipotesi di un commissario per sanare la formalità, scoperta in ritardo, come si può spiegare?
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