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Calcio

Le “fratture” pericolose di Malagò

Dal 22 giugno, giorno della sua elezione, il manager dei successi olimpici è già finito sugli scogli un paio di volte

Malagò, il countdown della nuova era e i dubbi di Maldini

Non è ancora ufficialmente iniziato il ciclo calcistico di Giovanni Malagò, scandito da gigantesche aspettative, e già le prime nubi minacciano temporali prima che la Nazionale torni in campo e che eventuali provvedimenti di riforma comincino ad avere effetti concreti. Dal 22 giugno, giorno della sua elezione, il manager dei successi olimpici è già finito sugli scogli un paio di volte. Dapprima stoppando la scelta di Andrea Pirlo ct col pretesto del contratto con l’agenzia di scommesse russa (del quale contratto l’interessato - così informa il suo staff - ha prontamente informato sia Paolo Maldini che la Figc spedendo in visione la copia all’ufficio legale, ndr), poi subendo le dimissioni lampo della coppia Maldini-Leonardo ai quali voleva imporre Roberto Mancini ct e adesso tirando fuori dal cilindro la nomina di Diana Bianchedi capo-delegazione del club Italia. Con quest’ultima mossa che sembra un tentativo di blindare la sua presidenza con una ristretta cerchia di collaboratori (è alle porte anche l’arrivo di un nuovo portavoce, ndr), Malagò è riuscito a produrre un paio di fratture pericolose. La prima con il mondo del Coni dove deve aver lasciato qualche nemico: poche ore dopo l’annuncio è diventata pubblica la notizia del profilo di incompatibilità poiché il ruolo di Bianchedi (vice-presidente vicario Coni), quindi di controllore non può essere associato a quello di controllato (quale esponente della figc sotto l’egida del Coni). Lo schiaffo più doloroso è quello inferto al mondo del calcio.

Questo ruolo, fin dai tempi indimenticabili di Gigi Riva, magnifico e silenzioso leader dello spogliatoio azzurro per non dimenticare la figura carismatica di Gianluca Vialli e quella successiva di Gianluigi Buffon, è sempre stato espressione del mondo del calcio e della sua grande storia. Qui non si contestano né l’idea del cambiamento e ancor meno la cultura sportiva di Diana Bianchedi o la valorizzazione della donna: qui è il calcio che esce ammaccato perché risultato incapace di produrre un candidato di prestigio identico a quello della prescelta.

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