Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 05:38
Calcio

L’ultimo dribbling a una Milano che non c’è più

Addio a un pezzo di storia sportiva. Con lui tramonta anche l’immagine di una città che il tempo ha trasformato per sempre

Supporters observe a minute of silence for a Inter Milan legend Sandro Mazzola died aged 83, prior to the start of the Series A soccer match between Roma and Inter Milan in Rome, Saturday, Sept. 19, 2026. (AP Photo/Gregorio Borgia) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Un dribbling secco e poi via sgambettando. Se n’è andato anche Mazzola, a modo suo: imprendibile, seminando avversari come birilli, fino a mettere la palla in rete, con un ghigno sotto i baffetti, braccia al cielo e palla al centro. Se n’è andato Sandro Mazzola e con lui se ne va uno degli ultimi pezzi di Milano, quella Milano che non esiste più, trasformata, in meglio o in peggio si capirà forse mai, dal tempo che non si può fermare. La Milano di Mazzola non c’è più. Non c’è più il suo calcio, il tifo colto e sanguigno dell’avvocato Peppino Prisco che sicuramente prima di andarsene avrà cambiato fede e casacca per togliersi di mezzo un milanista, non ci sono più Sarti, Burgnich, Facchetti... Niente più filastrocche. Niente più ironia, niente più sfottò. Ora in curva si parlano altre lingue, ci sono altri boss che farebbero impallidire «Sandrino il mazzulatore...» di Abbatantuoniana memoria, ci si ammazza (sul serio) per comandare, ci sono inchieste, manette, ombre mafiose. Altri tempi, altre squadre, un’altra epoca la sua. A cominciare dai suoi presidenti, Moratti, Fraizzoli, Pellegrini e ancora Moratti, nerazzurri nel cuore e nell’anima, «bauscia» il giusto, milanesi doc, interisti sempre, fino in fondo. Altrochè «Fondi».

Mazzola se ne va proprio quando San Siro, il suo stadio quello dove il 27 maggio del 1965 conquistò la Coppa dei Campioni

contro il Benfica, compie cent’anni. E forse se ne va giusto in tempo per non vedere che fine farà, per non vedere cosa resterà, quel pezzetto di curva a far da museo tra nuovi palazzi, grattacieli e un centro commerciale. L’idea del nuovo stadio non gli piaceva, l’aveva rispedita al mittente più o meno un anno fa: «Se ci penso mi viene da piangere...Mai ci porterò i miei nipoti». Il solito suo dribbling secco. C’era una volta la Milano di Mazzola con i suoi simboli: il Meazza, la Scala, il tram che pian piano stano scomparendo. Così come in piazza Duomo sono sparite le rèclame illuminate sulla facciata di palazzo Carminati che facevano la réclame alle lavatrici Candy, al Cinzano, all’Aperol, all’amaro Sarti, al Vov e all’ Idrolitina del cavalier Gazzoni. Altri tempi e un altro mondo. Però uno arrivava a Milano, scendeva dal treno alla Centrale e capiva subito dov’era quando, sul piazzale della stazione si trovava di fronte il grande bar dell’Alemagna con il profumo delle brioche caldee i panettoni, che ancora non aveva conosciuto le farciture di ananans, cioccolato e rum, esposti in vetrina. Ora ci sono un kebab, un’agenzia di viaggio e un «money trasfer» come in tante altre città del mondo. Ora Milano è «verticale» con il verde, pardon il «green», che si arrampica, che s’affaccia da attici e superattici sempre più prestigiosi ed esclusivi. Addio alle case di ringhiera, ai portinai, alle balere dell’Ortica e a quella

città che era inclusiva di suo, magari bestemmiando per una partita di scopone, e non per programma politico. Con Sandro Mazzola sparisce un pezzo di quella città che è stata e che non sarà più. Lascia ineluttabilmente (e giustamente) spazio a una metropoli che fa gola ai grandi fondi di investimento e che ha però allargato tantissimo la forbice delle sue disparità, sempre più divisiva, esclusiva e contrapposta. Ma è impossibile opporsi al tempo. Una accelerazione veloce cominciata una decina di anni fa con l’Expo. Di quell’evento inizialmente contestato, osteggiato e forse non completamente compreso non sono rimasti solo i poli tecnologici: lo Human Technopole, i nuovi quartieri. È rimasta la consapevolezza di far parte di una metropoli che stava cambiando passo, che si metteva alla pari delle grandi capitali del mondo: dai quartieri alle scuole, dalle associazioni al volontariato. Un onda lunga continuata con le olimpiadi invernali che ci hanno messo un po’ a scaldare i cuori e hanno lasciato in eredità forse un po meno di ciò che si aspettava. Una città oggi ferma per le inchieste sull’urbanistica, per le «scie» abusate, per gli arresti, le accuse, i processi. C’era una volta la Milano di Mazzola e ora non c’è più. Un dribbling secco: se n’è andata pure lei.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.