Noi che abbiamo purtroppo l’età per discutere ancora oggi se Basso abbia fregato Bitossi (era geologica 1972), ci stupiamo da 18 anni a questa parte, ogni volta che arriva un mondiale di ciclismo, di vedere gli italiani che centrano inevitabilmente l’insuccesso. Non è colpa loro, d’altronde: da anni non abbiamo neppure più una squadra nella categoria superiore, e i vincitori di gare o tappe si contano sulle dita d’una mano. Insomma ci dobbiamo accontentare, anche se non abbiamo ben capito cosa rappresenti il nono posto di Ciccone dopo la lettura di giornali e siti: abbiamo appreso infatti del “buon nono Ciccone”, della “delusione di Ciccone”, e del fatto che Ciccone sia arrivato “solo nono”. Nell’attesa di Finn (speriamo) la confusione viaggia su due ruote.
Naturalmente, è ovvio, è facile fare gli splendidi con i pedali degli altri, soprattutto se il massimo dell’attività fisica è accendere la Tv (che poi magari capita che perfino la Rai ti rimandi sull’app a sapere come va a finire a 30 km dal traguardo perché c’è il Tg2: audience del suddetto?). Però una domanda sorge spontanea: non siamo più un Paese di ciclisti, ci dicono, però poi la domenica devi fare slalom tra gente vestita come Pogacar che cavalca con aria impegnata veicoli in carbonio da migliaia di euro senza neppure fermarsi a un semaforo rosso. E dunque, visti i risultati: ma dove vanno?
