Nella guerra contro il Fast Fashion e la concorrenza asiatica, la Francia fa un ulteriore passo in avanti, attivando un meccanismo di eco-penalità finalizzato a colpire quei marchi a basso costo e ad alta intensità di produzione. Si tratta di un “malus” che può scattare a seconda dell’impronta ecologica del singolo capo di abbigliamento, portando a un sovrapprezzo massimo di 12 euro per articolo. La misura vale per il 2026, e nei prossimi anni la stretta sarà maggiore. Si parla infatti di un tetto di rincari progressivi fino a 19,50 euro entro il 2030.
La Francia è intervenuta seguendo il percorso tracciato dall’Unione Europea, che per arginare certe pratiche commerciali scorrette praticate da alcune aziende di moda fast fashion ha già previsto una tariffa doganale fissa di 3 euro sui pacchi low-cost (sotto i 150 euro) spediti da paesi extra-Ue.
Sono tutte norme che mirano a riequilibrare il mercato continentale, ad oggi molto condizionato dalle grandi aziende dell’e-commerce orientale, come Shein e Temu, che offrono una quantità spropositata di prodotti a prezzi stracciati.
Nel suo nuovo provvedimento, la Francia non parla esplicitamente di e-commerce asiatici, tuttavia è facile intuire il bersaglio. La “sanzione ecologica” sarà calcolata sulla base della vastità del catalogo e sull’indice di rigenerazione dell’indumento. Saranno valutate la reperibilità di sarti o centri di riparazione e la convenienza economica del ripristino rispetto a un nuovo acquisto: se la soglia di prezzo del capo è così stracciata da scoraggiare qualsiasi riparazione, l’entità del malus sale.
Pare che le catene del Fast Fashion europeo, come Zara e H&M, non subiranno ripercussioni significative da questa norma, perché gli elementi che fanno scattare il malus sono i cataloghi iper-frammentati, il turnover frenetico delle collezioni e i prezzi bassissimi. Caratteristiche che appartengono ad altre aziende.
L’Italia potrebbe presto seguire una linea simile. A partire dal mese di ottobre, ad esempio, potrebbe arrivare un aumento sui pacchi provenienti dai Paesi non europei. Si tratta di 2 euro di contributo nazionale, che dovrebbe tradursi in un’entrata di circa 122,5 milioni di euro nelle casse dello Stato.
