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Cronaca giudiziaria

Ai domiciliari altri due vigili nell'indagine per peculato

Restano in piedi le contestazioni di falso ideologico e arresto illegale legate all’operazione di Corsico

Messa a recuperare i carrelli, vigilessa denuncia comandanti

Anche Denni Dileo e Rosario Piscopo sono finiti ai domiciliari. Il Riesame di Milano ha deciso ieri mattina per gli ultimi due agenti della Polizia Locale ancora detenuti a San Vittore. Stessa misura già concessa nei giorni scorsi a Vincenzo Compagnone e Mattia Rignanese, e in precedenza alla commissaria Ilenja Sabato. I cinque vigili finiti nell’inchiesta del pm Giovanni Tarzia sono ormai tutti fuori dal carcere, seppur sotto controllo.

La difesa di Dileo e Piscopo - Daniela Mazzocchi e Giacomo Gualtieri - aveva puntato sullo stesso argomento già usato dall’avvocato Giovanni Briola per gli altri tre colleghi: i 1.450 euro contestati non sarebbero un bottino, ma parte di una provvista da 1.500 euro fornita da un informatore per un’operazione sotto copertura. Cinquanta euro di resto restituiti subito dopo l’acquisto simulato di droga, il resto mai intascato dagli agenti.

Il Tribunale del Riesame non ha però smontato il resto del quadro accusatorio. Restano in piedi le contestazioni di falso ideologico e arresto illegale legate all’operazione di Corsico dove, secondo la Procura, il gruppo di cinque agenti avrebbe adescato un pusher, falsificato i verbali e trattenuto il denaro. La vicenda risale al 6 agosto, quando i cinque agenti della Polizia Locale di Milano sono finiti in manette con le accuse di peculato, falso ideologico e arresto illegale. Al centro dell’inchiesta c’è un’operazione a Corsico: secondo la tesi accusatoria, il gruppo avrebbe adescato un pusher, lo avrebbe arrestato in modo illegittimo e avrebbe intascato 1.450 euro. Tutti e cinque sono stati immediatamente sospesi dal servizio. La commissaria Sabato, la più alta in grado, era già ai domiciliari da giorni. Compagnone e Rignanese avevano ottenuto lo stesso provvedimento dal Riesame pochi giorni fa. A far pendere l’ago della bilancia, secondo i legali, sarebbe stata proprio la memoria difensiva depositata negli ultimi giorni. Una ricostruzione che smonta pezzo per pezzo l’impianto accusatorio sul denaro: quei 1.450 euro non sarebbero mai stati trattenuti, ma facevano parte di una somma più ampia messa a disposizione da un informatore della Locale e passata di mano in mano fino alla donna incaricata dell’acquisto simulato. Un dettaglio non da poco, se confermato: trasforma il denaro da bottino a strumento di lavoro.

PaFu

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