Un appartamento di appena 45 metri quadrati, al numero 14 di boulevard Princesse Charlotte, a pochi passi dal casinò di Montecarlo. È da quelle stanze che nasce una vicenda destinata a trascinarsi per oltre quindici anni, intrecciando politica, società offshore, indagini e processi. Fino all’ultimo capitolo, arrivato oggi: la procura generale di Roma ha chiesto di dichiarare il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Gianfranco Fini e dei Tulliani.
La storia comincia nel 1999. La contessa Anna Maria Colleoni lascia ad Alleanza Nazionale - allora guidata da Fini - una serie di beni, tra i quali proprio il piccolo appartamento nel Principato. Nel giugno del 2008 l’immobile viene venduto per poco più di 300 mila euro alla Printemps, società offshore che - secondo la ricostruzione successivamente emersa nelle indagini - era riconducibile a Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna dell’allora presidente della Camera. Pochi mesi più tardi la casa passa per circa 330 mila euro alla Timara, altra società indicata dagli inquirenti come riconducibile a Elisabetta Tulliani.
Il caso esplode politicamente nell’estate del 2010. Sono i mesi della rottura tra Fini e Silvio Berlusconi e dell’uscita dell’ex leader di An dal Popolo della Libertà. Il Giornale porta alla luce la vicenda dell’appartamento e la casa di Montecarlo diventa rapidamente uno dei casi politici più discussi dell’epoca. Fini respinge le accuse, parla di “macchina del fango”, sostiene di non sapere che dietro l’operazione ci fosse Giancarlo Tulliani e arriva a legare le proprie eventuali dimissioni alla prova che il cognato fosse effettivamente il proprietario dell’immobile.
Una prima inchiesta per truffa aperta dalla Procura di Roma viene archiviata. Ma la vicenda non finisce. Nell’autunno dello stesso anno Valter Lavitola – oggi al centro del caso Ranucci – pubblica sull’Avanti documenti provenienti da Saint Lucia, sede delle società offshore coinvolte nell’affare, che indicano Giancarlo Tulliani come beneficiario effettivo delle società legate all’appartamento. Il caso continua così ad accompagnare Fini nel tratto finale della sua parabola politica. Nel 2013 Futuro e Libertà - il partito fondato dopo la separazione dal centrodestra berlusconiano - resta fuori dal Parlamento, raccogliendo mezzo punto percentuale.
Nel 2015 la casa viene infine rivenduta per una cifra intorno a 1 milione e 360 mila dollari a un acquirente rimasto sconosciuto. Ma è due anni più tardi che l’inchiesta riparte su basi differenti. Nel 2017 la Procura capitolina, indagando su un’ingente evasione fiscale collegata al settore delle slot machine e all’imprenditore Francesco Corallo, ricostruisce una serie di trasferimenti di denaro verso società riconducibili ai Tulliani. Secondo l’accusa, proprio attraverso capitali riferibili a Corallo sarebbe stato finanziato l’acquisto dell’appartamento di Montecarlo.
Il procedimento approda così a processo con l’accusa di riciclaggio. La tesi della Procura è che Fini fosse consapevole dell’operazione concordata tra Corallo e i Tulliani. La difesa dell’ex presidente della Camera ha invece sempre sostenuto che Fini ignorasse sia l’identità dell’acquirente sia la provenienza del denaro. Durante il processo Elisabetta Tulliani afferma a sua volta di avere nascosto a Fini l’intenzione del fratello Giancarlo di acquistare la casa.
Il 30 aprile 2024 arriva la sentenza di primo grado. Il Tribunale di Roma condanna Gianfranco Fini a 2 anni e 8 mesi, Elisabetta Tulliani e il padre Sergio a 5 anni, Giancarlo Tulliani a 6 anni. Per Fini i giudici individuano la condotta contestata nell’autorizzazione alla vendita dell’appartamento. L’ex leader di An ribadisce però di non aver saputo che la società acquirente fosse riconducibile a Giancarlo Tulliani e annuncia appello.
Ed è proprio nel processo d’appello che oggi arriva la svolta. Davanti alla seconda sezione della Corte d’Appello di Roma, il sostituto procuratore generale Roberto Felici ha chiesto il non doversi procedere per intervenuta prescrizione per Fini, Elisabetta, Giancarlo e Sergio Tulliani. Il pg ha precisato di ritenere “condivisibile” la sentenza di primo grado, sostenendo però che debba essere preso atto dell’intervenuta prescrizione dei reati contestati.
Una posizione diversa, almeno nell’ordine delle richieste, da quella della difesa di Fini. Gli avvocati Francesco Caroleo Grimaldi e Michele Sarno hanno infatti domandato in via principale l’assoluzione perché il fatto non sussiste e soltanto in subordine la dichiarazione di prescrizione. Saranno ora i giudici della Corte d’Appello a decidere: la sentenza è attesa nel febbraio 2027.
A oltre sedici anni dall’esplosione dello scandalo politico e a più di un quarto di secolo dal lascito della contessa Colleoni, la storia della casa di Montecarlo potrebbe dunque avviarsi verso la conclusione giudiziaria.
