«E adesso cosa succede?». «Che è tutto come prima».
Ore 13.30 di ieri la grande aula della Corte d’assise d’appello. Pino Caminiti, 57 anni, interista di ferro, leader della Curva nerazzurra, ha appena ascoltato i giudici pronunciare la sentenza per un omicidio che è accusato di avere commesso una vita fa, nel 1992. Sentenza complicata da capire, visti i commi, i rimandi, le attenuanti. Una cosa Caminiti l’ha sentita bene: «Conferma la condanna a 22 anni di carcere». Un botto. Perché sta già scontando un’altra condanna, 5 anni di carcere per l’inchiesta Doppia Curva, che lo indicava come tramite tra gli ultrà e la ndrangheta. Ma 5 anni passano in fretta, soprattutto se li sconti come lui ai domiciliari per motivi di salute. Ventidue anni invece sono un ergastolo, per uno della sua età. Così Caminiti - lungo lungo, viso segnato dalla vita - chiede al difensore Angelo Colucci cosa lo aspetta. E Colucci, che la sa lunga, gli spiega che non cambia niente: «Ti hanno dato le attenuanti generiche, è prescritto».
Che sia tutto prescritto, in realtà, dovrà stabilirlo la Cassazione, perché sul cold case di cui è imputato il supertifoso nerazzurro si sono incrociate sentenze un po’ confuse. Si vedrà. Ma il difensore sembra tranquillo. A favore di Caminiti gioca il tempo enorme passato da quell’omicidio che sembrava destinato a restare impunito se lui stesso, chiacchierando in auto con un amico, non avesse spinto la Procura a riaprire il fascicolo. Era il 17 ottobre del 92 quando in via Strozzi quattro colpi di pistola uccisero Fausto Borgioli, detto il «Conte Fumo» una vita ai margini della grande mala milanese. Borgioli paga con la vita il sospetto di essere un confidente dei carabinieri. Anni dopo un paio di pentiti chiamano in causa il giovane (allora) Caminiti: che non è un big ma ha amici e parenti importanti nei clan, dallo zio Salvatore Papandrea, che ha un bar in via Legioni Romane, a Giuseppe Calabrò, «u dutturicchiu». Pino ha eseguito gli ordini, dicono i pentiti. Ma i riscontri non si trovano, e Caminiti se la cava.
Quarant’anni dopo il delitto, arriva l’inchiesta Doppia Curva, che si occupa di tutt’altro: i giri di soldi intorno ai parcheggi del Meazza, che Caminiti è accusato di gestire. Ma la microspia piazzata sulla sua auto raccoglie una sua confidenza, passando sotto una casa in Ticinese: «Mi ha sverginato a me questa zona, lo sai? A me mi hanno accusato però sono stato sempre solo io. Però purtroppo lo sai che quello non va in prescrizione». Per il pm Sara Ombra, è una confessione. Si riapre il caso, e Caminiti stavolta viene condannato. Lui si dice innocente, dice che Borgioli manco lo conosceva, al massimo frequentava il bar di suo zio. Il suo avvocato spiega ai giurati che i colpi andarono dal basso in alto: e se li avesse sparati Caminiti sarebbe il contrario, perché lui è uno spilungone e Borgioli era bassino. Niente da fare, giudici e giuria confermano la condanna. Unica consolazione, per ora: la Procura generale aveva chiesto l’ergastolo.
