Dopo poco meno di due mesi dal suo arresto, Valter Lavitola ha lasciato il regime di alta sicurezza nel carcere di Rebibbia. L’imprenditore, titolare del ristorante Cefalù di Monteverde a Roma, reo confesso come mandante per l’attentato compiuto ai danni di Sigfrido Ranucci, suo “amico fraterno” per aumentargli la scorta, è stato trasferito tra i detenuti “comuni” dello stesso penitenziario di Trastevere. La decisione è stata presa dal Dap dopo parere favorevole da parte dei pm della Dda di piazzale Clodio.
Le indagini sono tutt’altro che finite attorno a Lavitola, ci sono ancora tanti tasselli da mettere a posto per completare il puzzle e alcuni di questi pezzi li potrebbe mettere Gomes Tavares, il cittadino camerunense attualmente latitante in Africa, accusato di essere stato l’intermediario tra Lavitola e la banda che ha materialmente eseguito l’attentato. Tavares e Lavitola si conoscono molto bene, in quanto il primo è il factotum del secondo. Gli investigatori della Dda hanno chiesto alla Procura Generale di muoversi su due binari per la valutazione del caso, perché da un lato ci sarebbe la strada tradizionale della richiesta di estradizione e dall’altro l’internazionalizzazione, ossia una mossa meno comune che viene fatta per far valere l’atto di arresto anche in altri Paesi con l’emissione di una “red note”.
La sorella di Lavitola, Maria, intervistata dal direttore di Mow Mag Moreno Pisto, ha sostenuto di non credere nell’aggravante del metodo mafioso. ”È follia. È solo il suo delirio di onnipotenza, nel suo voler apparire. Lui doveva essere qualcuno, entrare in politica, doveva poter dire ‘io sono’”, ha dichiarato la donna, aggiungendo che “se tu gli chiedi anche una cortesia lui te la fa. Non sono nella sua testa, ma non è metodo mafioso questo”. Pur prendendo le distanze da alcune condotte del fratello, esclude che possa aver ordinato l’attentato: “Che lui non ha ordinato la bomba io ci credo. Per me altrimenti è completamente follia”.
