Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 11:53
In evidenzaAggiornato alle ore 11:53
Cronaca giudiziaria

David Rossi, le ricostruzioni della caduta e la nuova perizia: “Tentò di difendersi dall’aggressione di più persone”

I Ris e i consulenti della commissione d’inchiesta ricostruiscono la caduta del manager Mps. Il presidente Vinci: “Siamo vicinissimi alla verità”

David Rossi

«Sappiamo chi è stato e sappiamo anche perché». Una fonte vicina alla commissione d’inchiesta su David Rossi fa capire al Giornale che si sta per chiudere il cerchio attorno ai veri responsabili della strana morte del responsabile Comunicazioni di Mps, volato dalla finestra del suo ufficio della banca a Siena il 6 marzo del 2013. «Non è stato un suicidio ma un omicidio. Abbiamo individuato in parte le motivazioni. Si tratta di una persona proiettata fuori dalla finestra, tenuta appesa, e non di un killer che l’ha defenestrato direttamente. Oggi siamo qui per capire quante possano essere le persone coinvolte e, per farlo, dobbiamo mettere in pratica quelle stesse manovre che possono aver portato a un’uscita dalla finestra faccia al muro e braccia in alto», ha dichiarato con nettezza il presidente della commissione Gianluca Vinci (Fdi), presente al Foro Italico a Roma durante la ricostruzione dei Ris sulla caduta, alla quale hanno lavorato i consulenti medici Robbi Manghi e Marco Nigrisoli, insieme al tenente colonnello Adolfo Gregori del Ris. «Rossi - continua Vinci - esce con una posizione molto particolare e possono essere diverse le manovre che possono averlo portato in quella posizione in stato più o meno vigile». Le simulazioni sono state fatte con un solo aggressore, con due o con tre, sia in condizioni di coscienza che di incoscienza della vittima.

Secondo la tesi più probabile, Rossi sarebbe stato colpito in maniera violenta e veloce nel suo ufficio da più persone, almeno due e corpulente, e prima di precipitare dalla finestra era cosciente, quindi ha molto probabilmente cercato di difendersi. Una volta finito fuori dalla finestra ha tentato di aggrapparsi al bordo ed era tenuto dagli aggressori forse in un tentativo di intimidazione, ma poi la presa è mancata e Rossi è precipitato al suolo con il viso rivolto verso il muro e le braccia in alto. «È stata un’aggressione rapida e violenta e difficilmente è stata una persona sola perché David Rossi era cosciente, era un giovane in forma. una sola persona difficilmente sarebbe riuscita ad avere il sopravvento. Quindi gli aggressori erano almeno due se non tre e corpulenti», dicono i due consulenti della commissione. È anche possibile che l’intento iniziale non fosse ucciderlo: «Sembra sia stato un processo avvenuto gradualmente con l’intento di intimidire la persona e che Rossi sia stato appeso fuori dalla finestra».

L’ipotesi suicidaria pervicacemente portata avanti dalla Procura di Siena e da quella di Genova che ha indagato sugli errori dei colleghi toscani archiviando gli esposti della famiglia di David Rossi, non ha mai convinto. Per anni le Iene hanno portato avanti l’ipotesi dell’omicidio e i collegamenti con festini hard della Siena bene a cui avrebbero partecipato alcuni inquirenti ma anche la pista del denaro e delle sponsorizzazioni Mps che potrebbero portare alla ’ndrangheta calabrese della cosca Grande Aracri, legata a un conto corrente recante lo stesso numero 4099099 riscontrato nel cellulare di Rossi scoperto da Nicola Borzi allora al Sole24Ore, indizio da cui sono scaturiti altri accertamenti. «Abbiamo trovato le prove del cinturino in volo, della sua ombra. Qualcuno lo stava minacciando in modo molto pesante perché lui non accettava queste minacce ed è finita veramente male - ha aggiunto il presidente della Commissione - Questa ulteriore prova può farci capire chi può aver messo in atto e con quale forza questo tipo di operazione». È prevista anche un’analisi sui fazzoletti e sui bigliettini trovati nel cestino vicino alla scrivania dell’ufficio dell’ex manager.

Ci sono delle persone che sono entrate in banca per minacciare Rossi, è la convinzione di Vinci e di molti commissari, la pista è il flusso enorme (50mila euro l’anno) che passava dall’ufficio del Rossi. L’ipotesi della mafia calabrese che si muove nel triangolo tra Brescello (Comune sciolto per infiltrazioni) Siena e Viadana - dove Rossi andava spesso a guardare le partite della squadra locale di rugby che Mps finanziava - è così forte che la commissione ha sentito un collaboratore di giustizia coinvolto nel processo AEmilia, vale a dire Giuseppe Giglio. L’audizione in modalità segreta si è svolta nei giorni scorsi e non è trapelato nulla.

C’è un testimone, Antonio Muto, che tre anni dopo la morte di Rossi si era presentato con questo nome all’allora avvocato della famiglia Luca Goracci raccontando un misterioso retroscena e una serie di dettagli «che poi negli anni abbiamo visto riscontrato - ricorda Vinci - di fatto aprendo la strada all’ipotesi omicidio». Un omonimo imprenditore mantovano dell’edilizia, coinvolto nel 2015 in un processo per infiltrazioni mafiose in Lombardia, è stato ascoltato ma si è detto estraneo

Nei giorni scorsi sono stati ascoltati anche alcuni dipendenti Mps del tempo. Come Bernardo Mingrone, che ha ricordato a una cena di aver visto il manager «preoccupato» perché era stato escluso da una discussione «estremamente riservata» del Cda di Mps, allora sotto indagine da parte della magistratura per il crac che porterà alla sua «nazionalizzazione» oggi terminata. Nei prossimi giorni verranno sentiti anche il fratello dell’ex manager Filippo, e Saverio Giampà, detenuto per reati non violenti anch’egli collegato al filone sulle sponsorizzazioni, l’ex numero uno di Mps Giuseppe Mussari - molto amico di Rossi - e altri tre Antonio Muto nella speranza di individuare il prezioso testimone che ha fatto riaprire il caso. «Ci stiamo avvicinando veramente alla soluzione di questo caso», ha sottolineato Vinci.