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Cronaca giudiziaria

“Fascista” e “fai la fine di Mussolini”: il doppio standard sull’odio contro la destra

Negli atti dell’inchiesta sul commento rivolto alla consigliera di FdI emerge un passaggio che fa discutere, il Gip parla espressamente di “augurio di una morte violenta”, ma esclude l’istigazione a delinquere. Scoccia: “La mia battaglia non è soltanto personale”

margherita scoccia
Margherita Scoccia candidata sindaca di Perugia per il centrodestra, 10 giugno 2024. ANSA / Danilo Nardoni

La frase è brutale e ormai nota: augurare a Margherita Scoccia di “fare la stessa fine di Benito Mussolini”. Ma per capire davvero questa storia bisogna andare oltre il commento in sé e leggere ciò che è successo dopo, dentro un fascicolo giudiziario nel quale le parole vengono pesate una per una e assumono un significato molto diverso da quello che restituiscono a una prima lettura.

Il caso è quello della consigliera comunale di Fratelli d’Italia a Perugia, destinataria nell’aprile del 2025 di una serie di commenti offensivi comparsi sotto un contenuto che riguardava anche la sua famiglia. La vicenda è già arrivata davanti alla giustizia e la donna individuata dagli investigatori è Maria Grazia Mechelli.

Fin qui la cronaca. È scavando negli atti che troviamo le incongruenze.

All’origine dell’indagine le ipotesi di reato erano due. Nel decreto firmato il 7 maggio 2025 dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia compaiono infatti gli articoli 595 e 414 del codice penale: diffamazione e istigazione a delinquere. Il Gip a quel punto si sofferma sul contenuto dei messaggi e traccia una distinzione che oggi rappresenta il vero nodo. Le espressioni con cui Scoccia veniva definita “inetta” e accostata al fascismo vengono valutate alla luce del contesto nel quale erano state pubblicate. Secondo il giudice non si tratta di una critica politica, per quanto aspra. Nell’atto si parla di “mere volgarità offensive, sganciate da una qualsiasi valutazione di carattere propriamente politico e di interesse pubblico”.

Attribuire a un avversario politico l’etichetta di “fascista”, almeno in quel contesto, non viene considerato dal giudice una normale espressione del confronto pubblico. Poi, però, arriva la frase sulla morte di Mussolini. E proprio qui la valutazione cambia. Il Gip scrive testualmente: “Rilevato, invece, quanto all’augurio di una morte violenta associata alla fine di Benito Mussolini, che esso non vale a configurare un’istigazione a delinquere per il difetto dell’idoneità astratta del commento a costituire un efficace stimolo ad altri a porre in essere condotte violente.”

È il passaggio che merita di essere letto fino in fondo. Il giudice ritiene che non possiedano quella capacità, almeno astratta, di spingere altre persone a compiere atti violenti necessari per configurare il reato di istigazione a delinquere.

Sul piano tecnico la distinzione è precisa. Una frase violenta, persino una frase che auspica la morte di qualcuno, non diventa automaticamente istigazione. Perché scatti quel reato serve qualcosa di più: deve essere concretamente idonea, nel contesto in cui viene pronunciata o pubblicata, a sollecitare altri alla commissione di delitti. Eppure, fuori dalle formule del codice, resta un cortocircuito che politicamente pesa. Siamo sicuri che augurare la morte violenta a una donna, a una madre, solo perché di Fratelli d’Italia, per iscritto, su Facebook, sia da considerare una semplice diffamazione? Dalle carte si legge che l’indagata rischia una multa di 300 euro.

Una conclusione che inevitabilmente riporta a galla una questione sollevata da tempo dalla destra italiana: quella del doppio standard.

La domanda è una, quando a essere bersaglio è un esponente di destra, l’insulto “fascista” e perfino l’evocazione della violenza vengono percepiti dalle istituzioni e dal dibattito pubblico con la stessa gravità che avrebbero se rivolti nella direzione opposta?

Gli atti non dimostrano alcun pregiudizio politico della magistratura e sarebbe scorretto sostenerlo. Ma proprio perché il Gip definisce quelle parole un “augurio di una morte violenta”, il contrasto tra la loro gravità semantica e il perimetro penale nel quale finiscono lascia aperta una domanda che difficilmente può essere liquidata come propaganda.

Scoccia non nasconde la sua amarezza al Giornale e dichiara che il commento non era arrivato al termine di un duro confronto su una delibera, su una scelta amministrativa o su una posizione politica. Era stato fatto in un contenuto nel quale si parlava anche dei suoi figli. Ed è questo, nella sua ricostruzione, a rendere ancora più difficile accettare che la vicenda venga derubricata nel dibattito pubblico alla solita divergenza di idea politica.

Il punto, spiega: “Non è sottrarre chi fa politica alle critiche. Chi sceglie di esporsi sa di dover accettare contestazioni, attacchi e giudizi anche molto duri. Ma tra una critica e l’augurio di una morte violenta esiste un confine”.

C’è poi un altro aspetto della storia che acquista rilievo, la Mechelli, la donna oggi chiamata a rispondere in tribunale, non era completamente estranea alla vita politica.

Nel 2023 il suo nome compare infatti tra i candidati della lista “Kenny Innovare per Terni”, una delle formazioni che sostenevano José Maria Kenny nella corsa a sindaco di Terni. La coalizione comprendeva anche il Partito democratico e un’altra lista civica di area progressista. Questo significa che aveva scelto personalmente di partecipare a una competizione elettorale all’interno di una coalizione di centrosinistra.

Nel dibattito politico italiano il termine “fascista”, è una parola ormai utilizzata con una frequenza tale da rischiare di perdere persino il proprio significato storico. Ma nell’atto del Gip quel termine, riferito a Scoccia in quelle circostanze, non viene considerato un giudizio politico. Viene ricondotto a un’offesa personale.

Perciò prima si spoglia l’accostamento al fascismo di qualsiasi valore di critica politica, poi si riconosce l’evocazione della morte di Mussolini come un augurio di morte violenta.

Quanto siamo diventati assuefatti a un linguaggio nel quale dare del “fascista” a qualcuno, evocare Piazzale Loreto o augurare a un avversario la fine di Mussolini viene spesso archiviato come un eccesso verbale del confronto politico? E soprattutto quella tolleranza sarebbe identica se bersaglio e provenienza politica dell’attacco fossero invertiti?

A dare sostegno alla Consigliera c’è la senatrice di Fratelli d’Italia, Cinzia Pellegrino: “A Margherita va la mia piena vicinanza personale e istituzionale, con la certezza che intimidazioni, minacce e messaggi d’odio non potranno fermare il suo impegno politico e istituzionale. Chi ricopre un incarico pubblico ha il dovere di continuare a svolgere il proprio lavoro con serenità, determinazione e senso di responsabilità, senza lasciarsi condizionare da chi tenta di trasformare il confronto politico in aggressione personale”.

Scoccia, intanto, ha deciso di non fermarsi.

Non intende leggere la causa come una battaglia personale contro una singola donna. Per lei il problema riguarda il modo in cui oggi viene vissuta la politica e soprattutto il messaggio che questo clima trasmette a chi vorrebbe avvicinarsi alla cosa pubblica: “Bisogna educare e spronare le nuove generazioni a una politica rispettosa”.

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