Caro Direttore,
nelle aule del Tribunale di Firenze la giustizia si è capovolta: un feroce boss si è travestito da Pubblico ministero per rilanciare le sue infami accuse senza il minimo contraddittorio, e gli si è permesso di trascinare sul banco degli imputati chi non può nemmeno difendersi.
Questo è diventato il processo fiorentino contro Salvatore Baiardo: un monumento all’ipocrisia giudiziaria. Perché Baiardo, accusato di calunnia, è soltanto un pretesto: i veri imputati sono Silvio Berlusconi e, accanto a lui, Marcello Dell’Utri, costretti a un processo surrettizio che fa scempio delle regole dello Stato di diritto.
Senza alcun riscontro, si è permesso che le farneticanti dichiarazioni di uno stragista su incontri inesistenti e presunti capitali oscuri all’origine di Fininvest si trasformassero in un’ipotesi da prendere in considerazione. Peccato che decenni di indagini, una quantità sterminata di documenti passati al setaccio e verifiche di ogni genere abbiano sempre prodotto lo stesso risultato: di quegli incontri e di quei capitali non c’è alcuna prova, il nulla più assoluto. E non potrebbe essere altrimenti, perché non sono mai esistiti. Eppure, si ricomincia ogni volta da capo, in un assurdo eterno ritorno al punto di partenza, dove ciò che è già stato accertato - e che dovrebbe essere definitivamente chiarito - sembra non contare nulla.
E così il grottesco procedimento fiorentino riporta a galla un problema che sembra scomparso dal dibattito pubblico: quello della giustizia. Il No ha vinto al referendum, è un dato di fatto, ma la giustizia resta una vera e propria emergenza di questo Paese. Oggi l’attenzione è concentrata – e anche con buone ragioni – sulla sicurezza. Ma credo sia un grave errore considerarle due questioni separate: sicurezza e giustizia sono, in realtà, due facce della stessa medaglia.
Quando la giustizia non funziona, gridiamo subito al tradimento del garantismo, ed è sacrosanto. Raramente, però, ci accorgiamo di quanto sia alto il costo di quell’inefficienza per la sicurezza dei cittadini. Eppure, come possiamo invocare più risorse contro la criminalità mentre procedimenti insulsi come questo continuano a inghiottire energie, denaro pubblico e anni di lavoro? E come possiamo sentirci davvero al sicuro, se ci troviamo a temere chi viola la legge e allo stesso tempo chi dovrebbe tutelarci in nome della legge?
Uno Stato protegge davvero i suoi cittadini quando li difende dai delinquenti, ma anche dagli abusi del potere, dalle condanne preventive e dalla distruzione della reputazione. I tribunali dovrebbero essere uno scudo. Quando diventano un’arma – e talvolta persino un’arma politica – è lo Stato di diritto a venirne ferito.
Credo però che lei possa capirmi, caro Direttore, se quel che più continua a indignarmi, da figlia, è il fatto che neppure la morte di mio padre sia riuscita a porre fine all’accanimento nei suoi confronti. Silvio Berlusconi non solo non ha il diritto di difendersi, ma non può più nemmeno parlare. Eppure, i suoi avversari continuano a inventare teoremi, sempre più paradossali, e a trascinare il suo nome nelle aule giudiziarie e nel fango. Non sono riusciti a sconfiggere l’uomo in vita. Ora cercano di condannarne la storia. Visto tutto quello che Silvio Berlusconi continua a rappresentare ancora oggi, però, anche questo ennesimo assurdo tentativo è destinato a fallire miseramente.
