Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 11:29
Cronaca giudiziaria

Fini, l’affaire Montecarlo verso la prescrizione. “Voglio l’assoluzione piena”

L’ex capo di An evita la condanna per l’appartamento monegasco ma replica amaro: “Sono già 8 anni dal rinvio a giudizio. Meglio non parlare dei tempi della giustizia”

Gianfranco Fini e il suo avvocato Michele Santo (d) prendono un caffè con la sua difesa nel corso dell�?udienza per il processo per la casa di Mintecarlo presso il tribunale di piazzale Clodio. Roma, 18 aprile 2024. ANSA/CLAUDIO PERI

«Il commento a questa storia lo farò solo quando ci sarà davvero la parola fine». Gianfranco Fini parlando col Giornale sceglie una linea prudente, ma per la vicenda della casa di Montecarlo si avvicina una possibile conclusione. Il sostituto procuratore generale Roberto Felici ha infatti chiesto alla Corte d’appello di Roma di dichiarare il non doversi procedere per l’intervenuta prescrizione nei confronti dell’ex presidente della Camera, come pure per Elisabetta Tulliani, per il fratello Giancarlo e per il padre dei due, Sergio. I difensori di Fini chiedono invece, prima di tutto, l’assoluzione perché il fatto non sussiste. La decisione è attesa a febbraio.

La storia dell’appartamento è ormai maggiorenne. Sono trascorsi diciotto anni dall’11 luglio 2008, quando Alleanza nazionale vendette alla società offshore Printemps la casa lasciata in eredità al partito dalla contessa Annamaria Colleoni. Il prezzo era di circa 300mila euro. Nell’estate del 2010 il Giornale scoprì che nell’immobile viveva Giancarlo Tulliani, fratello della compagna dell’allora presidente della Camera.

Dalla campagna stampa si passò all’inchiesta giudiziaria. E le indagini ricostruirono la riconducibilità delle offshore ai Tulliani e il percorso dei fondi utilizzati nell’operazione, provenienti dall’imprenditore del gioco d’azzardo Francesco Corallo. La compravendita dell’appartamento finì in un procedimento più ampio sul riciclaggio di denaro di origine illecita. Due anni fa, a quasi sedici anni dal fatto, la sentenza di primo grado. Sei anni di reclusione a Giancarlo Tulliani, cinque a Elisabetta e al padre Sergio, otto all’intermediario Rudolf Theodor Baetsen, tutti condannati per riciclaggio. Due anni e otto mesi, invece, per Fini, ritenuto responsabile per concorso morale nello stesso reato, per aver autorizzato la vendita dell’immobile.

L’ex leader di An aveva sostenuto di essere stato ingannato dalla compagna e dal di lei fratello, di aver scoperto soltanto successivamente chi fosse il proprietario della casa e solo dagli atti del processo che Elisabetta ne era comproprietaria. Proprio la compagna a sua volta aveva dichiarato in aula di aver nascosto a Fini il progetto d’acquisto di Giancarlo e la provenienza del denaro, che sosteneva di aver creduto fosse del fratello.

I giudici però, come detto, a Fini hanno creduto fino a un certo punto, non ritenendo che il politico fosse completamente inconsapevole soprattutto quanto all’inadeguatezza del pezzo e al destinatario della cessione. Esclusa invece che fosse quantomeno provata una sua intesa con Corallo per favorire i rapporti finanziari con i Tulliani. All’ex presidente della Camera, infine, non venne attribuito alcun arricchimento per l’affaire immobiliare.

Ora la richiesta della procura generale apre alla chiusura per prescrizione. Fini, al Giornale, spiega di non aver fretta di dire la sua: «Oggi come sa la procura generale ha chiesto la prescrizione, e a febbraio in occasione della sentenza ci sarà tempo e modo per commentare la vicenda». Ma proprio sul tempo l’ex terza carica dello Stato dice la sua, non senza una vena polemica. «La prescrizione - sottolinea Fini - era di tutta evidenza già nel momento della sentenza di primo grado, si figuri un po’». E comunque non è quello l’esito che l’uomo della svolta di Fiuggi si augura chiuda questa vicenda quasi ventennale. Infatti, insiste, «il mio avvocato oggi ha preso la parola in udienza e ha chiesto l’assoluzione nel merito», lasciando solo in subordine la dichiarazione della prescrizione per l’ex presidente di An, exit strategy tutto sommato sgradita perché non equivalente a un’assoluzione piena.

Il procuratore generale, del resto, ha ribadito il giudizio favorevole sulla sentenza del tribunale di primo grado e ha semmai stigmatizzato proprio le critiche formulate negli appelli dei difensori. Ma che Felici chieda la prescrizione senza sconfessare la condanna non sorprende Fini, secondo il quale «la procura generale non può che sostenere che la sentenza di primo grado era valida». Insomma, argomenta col Giornale, «direi che questa presa di posizione fosse scontata».

L’ultima battuta, velenosa, è sui tempi quasi biblici. Dal rinvio a giudizio, era luglio 2018, sono passati più di otto anni, dai fatti quasi un ventennio. «Lasciamo perdere - conclude Fini - meglio non parlare dei tempi della giustizia. E anche del modo in cui viene amministrata».

Commenti