L’impronta 33 non esce dal quadro accusatorio costruito dalla Procura di Pavia attorno ad Andrea Sempio. Anzi, dopo gli ultimi accertamenti, resta uno degli elementi su cui i magistrati continuano a puntare. La traccia del palmo rilevata sul muro della scala della villetta di Garlasco, vicino al punto in cui venne trovato il corpo di Chiara Poggi, viene ancora attribuita al 38enne. Le contestazioni mosse dalla difesa, secondo i consulenti dei pm, non sarebbero state sufficienti a modificare le conclusioni raggiunte in precedenza. La nuova analisi aggiunge però un dettaglio ulteriore: non si può escludere che la mano che toccò quella parete fosse sporca di sangue. È uno dei passaggi più delicati contenuti negli accertamenti integrativi depositati dalla Procura, che ha notificato a Sempio un secondo avviso di conclusione delle indagini. Accanto all’impronta della mano c’è poi il capitolo della scarpa. Gli esperti incaricati dalla Procura hanno verificato se la conformazione del piede di Sempio potesse essere incompatibile con la traccia trovata sulla scena del crimine. La risposta, allo stato degli accertamenti, è negativa, non sono emersi elementi che consentano di escludere quella compatibilità. Un’altra nota tecnica ha preso in esame una calzatura Frau numero 42, le cui dimensioni risultano compatibili con quelle del piede dell’indagato. Il dato, però, non equivale all’identificazione di chi lasciò l’impronta. La compatibilità dimensionale è uno degli elementi che i pm inseriscono nel quadro complessivo dell’inchiesta, ma non dimostra da sola né la proprietà della scarpa né chi la indossasse. La nuova chiusura delle indagini arriva al termine di mesi di approfondimenti disposti dopo il primo avviso notificato lo scorso maggio. Il procuratore Fabio Napoleone ha riassunto gli esiti delle consulenze svolte da giugno in avanti, comprese quelle sulle tracce ematiche presenti nella villetta. Sul punto è stato coinvolto anche il colonnello del Ris Andrea Berti, incaricato di valutare la relazione redatta dal consulente della difesa Armando Palmegiani. Secondo la ricostruzione della Procura, dal confronto sarebbe emersa la necessità di separare ciò che trova riscontro nei dati materiali dalle ipotesi ricostruttive che, allo stato, non possono essere confermate direttamente. Poi la dinamica dell’aggressione, gli approfondimenti medico-legali avrebbero rafforzato l’ipotesi di una colluttazione o comunque di un’aggressione protratta nel tempo, durante la quale Chiara Poggi avrebbe cercato di difendersi. La morte, secondo le valutazioni degli esperti, potrebbe non essere sopraggiunta immediatamente: l’intervallo di sopravvivenza viene collocato almeno tra i 15 e i 30 minuti, senza escludere una durata maggiore, fino a circa un’ora. La Procura ha inoltre riesaminato alcuni dati genetici relativi alla bicicletta di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio. Dai materiali recuperati al Ris di Parma sarebbero emersi due test di controllo negativi sul profilo genetico che all’epoca era stato attribuito a Chiara Poggi sui pedali della bicicletta. Di quei risultati, secondo quanto riferito oggi dagli inquirenti, non sarebbe rimasta traccia negli atti utilizzati durante i processi. Si è invece fermato l’approfondimento psichiatrico affidato a Roberto Catanesi. Il consulente aveva ritenuto necessario incontrare direttamente Sempio, ma l’indagato non ha accettato di sottoporsi al colloquio. Senza un esame clinico personale, lo specialista ha spiegato di non poter formulare conclusioni sufficientemente fondate. Resta invariata l’accusa contestata a Sempio: omicidio aggravato dalla crudeltà e da motivi abietti, che secondo la tesi della Procura sarebbero riconducibili all’odio verso Chiara Poggi dopo il rifiuto di un approccio sessuale.
I suoi legali, Liborio Cataliotti e Angela Taccia, chiederanno, appena possono, copia degli atti depositati per esaminare nel dettaglio le nuove consulenze. La famiglia Poggi, attraverso gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, continua a sostenere che non siano emersi elementi realmente nuovi rispetto a quelli già affrontati nel procedimento concluso con la condanna definitiva di Stasi. E proprio su questo ci si interroga, dopo mesi di nuovi accertamenti, le indagini tornano (quasi come un cane che si morde la coda) su fatti già noti o comunque su prove non sufficienti a sostenere un processo.
