Adesso si sa dove viveva, qual era la località protetta assegnata dallo Stato: Ariccia, sui Castelli Romani. Si sa anche che occhi aveva, dopo 17 anni in cui le esigenze di sicurezza avevano oscurato il suo volto: due grandi occhi azzurri, che la zia Marisa ieri pubblica sui social, non dovrai più nasconderti, posso postare le tue foto senza paura. Ma di Denise Cosco non si sa quale inferno abbia vissuto in questi anni, da quando suo padre Carlo ammazzò sua madre Lea Garofalo, colpevole di avere parlato con i giudici dei traffici della mafia calabrese, della lotta tra i clan per il controllo del territorio. Un inferno terminato lanciandosi giù dalla finestra della casa di Ariccia, sei giorni fa.
Muore dopo una lunga agonia. Ora la Procura di Velletri indaga: non perché ci siano dubbi che si sia suicidata, ma perché va capito fino in fondo cosa non abbia funzionato nel capire le fatiche inevitabili di questa ragazza divenuta adulta in un tunnel fatto di morte, di processi, di traumi continui: come
quando le toccò scoprire che tra i carnefici di sua madre c’era stato anche il ragazzo con cui dopo il delitto si era fidanzata.
Istigazione al suicidio, questa è l’ipotesi di reato con cui il procuratore di Velletri ha aperto il fascicolo d’inchiesta a carico di ignoti e avviato gli accertamenti. La safe house dove Denise ha vissuto negli ultimi anni è stata messa sotto sequestro, il telefono è stato prelevato e analizzato, sono partiti gli accertamenti dei carabinieri della Scientifica, e soprattutto è stato interrogato il compagno della donna, un 35enne che probabilmente era l’unico a sapere il vero nome e la vera storia di Denise, il cui contributo dovrebbe essere prezioso per capire quali segnali avesse dato negli ultimi giorni della decisione che stava maturando. E anche per dissipare i dubbi sulla dinamica della morte, perché si trovava nella stessa casa quando la donna si è buttata nel vuoto.
Nei drammi che coinvolgono i familiari delle vittime di mafia il commento più ricorrente è: lo Stato lo aveva abbandonato.
Invece stavolta non era andata così. «Lo Stato per Denise c’è stato e le è stato vicino», scrive il suo avvocato Enza Rando. Evidentemente non è bastato. «La mafia - dice ancora la Rando - uccide in molti modi, ma continua a uccidere nel tempo anche chi sopravvive, generando veri e propri mostri dentro le vite e le anime di chi resta». Ma è difficile non ricordare che Lea, la madre di Denise, dallo Stato invece era stata abbandonata davvero, sfrattata dal servizio di protezione testimoni: e aveva maturato una sfiducia tale nelle istituzioni che poi, quando la protezione le era stata di nuovo offerta, l’aveva rifiutata, sapendo bene di andare così incontro alla morte. Denise era con lei, in quegli anni, e quel senso di solitudine, di inutilità, non deve averla mai abbandonata. Ora il sindaco di Milano Beppe Sala pianterà un altro albero accanto a quello che ricorda Lea Garofalo. Ma sono due alberi che non faranno ombra.
