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Cronaca giudiziaria

La lettera di Papalia dal carcere speciale. “Ma io non farei male a una mosca”

Dopo la condanna all’ergastolo per l’omicidio dell’educatore di Opera, la rabbia per i pentiti che lo accusavano

'Ndrangheta Malato di tumore, Mico Papalia è morto mercoledì al San Paolo per una polmonite

«Qualche passaggio inesatto nell’articolo c’è, ma sicuramente sono notizie che non ha inventato lei, ma passate». Così, il 9 gennaio 2009, scriveva dal carcere speciale di Carinola all’autore di questo articolo Domenico Papalia. Già allora per i cronisti di nera era una sorta di leggenda. E vedersi arrivare in redazione una busta di posta prioritaria con quel mittente, fu una sorpresa. Due mesi prima, il 25 novembre, Papalia era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, assassinato a Carpiano nel 1990. In cella, Papalia aveva letto l’articolo del Giornale sulla sentenza. E aveva preso carta e penna.

Finché il patriarca era vivo, sarebbe stato scorretto pubblicare la lettera. Ma «compare Mico» è morto mercoledì mattina nel reparto di pneumologia del San Paolo, stroncato da una polmonite: letale per un fisico già provato dal tumore terminale che aveva portato la magistratura un mese fa a farlo uscire dal carcere dove stava scontando l’ergastolo. È morto da uomo libero, tra i suoi cari, tra gli altri malati di un reparto comune. E oggi quella lettera merita di essere letta, perché è un documento sul modo di pensare e di rapportarsi di un boss: o presunto tale. «Sento il dovere di ringraziarla - scriveva - perché rispetto a tanti altri articoli lei si è contenuto correttamente di non inveire ingiustamente». E proseguiva: «Io vorrei essere definito per quello che in realtà sono e non per quello che gli altri (specie i pentiti) dicono. Non sono mai stato un capo e vengo definito tale solo per le propalazioni dei pentiti per loro tornaconto. Non sarei mai capace di fare male ad una mosca, eppure sono stato più volte condannato per omicidio, accusato da pentiti criminali, mentre io con la morte incidentale di mio figlio ho salvato la vita di sette persone con l’autorizzazione all’espianto degli organi». Papalia si riferisce a un passaggio drammatico della sua vita: il colpo di pistola, esploso a Platì durante le feste di Capodanno del 1993 che uccise ad appena 19 anni suo figlio Pasqualino: dal carcere dove era già rinchiuso, il padre diede l’ok all’espianto. «Non ho mai avuto influenza di capo della malavita - continua la lettera - e non potrei averla dopo 32 anni che sono in carcere. Il mio sogno se uscissi dal carcere sarebbe quello di poter aprire una sezione per la donazione degli organi a Platì per sensibilizzare la questione e quindi essere utile alla società».

Della sua vita in cella, Papalia scriveva: «In carcere non faccio altro che dedicarmi al volontariato interno per essere disponibile per gli altri e dare consigli di legalità quando incontro qualche ragazzo giovane. Quindi si parla di me in senso negativo e mai di quello che in realtà io sono e faccio. La mia è una storia di ingiustizie subita e sfortunata che meriterebbe la scrittura di un libro perché l’opinione pubblica potesse venire a conoscenza di quello che sono e come si è potuto arrivare alle mie condanne senza prove». Adesso che era libero, sarebbe stato interessante provarci. Non c’è stato tempo.

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