Solo a due persone Giuseppe Mussari dava del tu dentro Montepaschi. Una era David Rossi. Il brillante avvocato di Catanzaro trapiantato a Siena volle l’amico fraterno al suo fianco quando nel 2006, a 43 anni, si fece nominare dalla Fondazione Mps che lui stesso presiedeva come numero uno della banca. Erano gli anni del potere assoluto di Mussari. Pochi anni dopo sarà eletto dai colleghi banchieri come presidente dell’Abi. E coltivava un sogno nel cassetto: diventare ministro dell’Economia. Che ora possa essere ritenuto il presunto mandante di una sorta di spedizione punitiva dentro la sede centrale di Rocca Salimbeni finita nella morte accidentale di un portavoce, è una delle tante svolte cui la storia recente di Mps ci ha abituato.
Ma sono state svolte tanto clamorose dal punto di vista mediatico e politico - nel 2013 sullo scandalo Montepaschi il Pd si giocò la vittoria alle elezioni - quanto finite nel nulla dal punto di vista giudiziario. Dalla tangente per l’acquisto di Antonveneta ai conti segreti allo Ior, su Montepaschi si è detto di tutto. Spesso a sproposito. Sicuramente, senza riscontri dal punto di vista investigativo. Le sentenze passate in giudicato hanno letteralmente ribaltato la narrativa oscura che travolse la reputazione della banca fino a portarla a un passo dal crac, da cui fu salvata grazie a 7 miliardi dello Stato.
Torniamo ai giorni precedenti alla morte di Rossi. Il 19 febbraio il comunicatore viene perquisito a casa e in ufficio: sospettano che passi informazioni al suo ex capo. Non trovano niente, ma Rossi ne esce scosso. Pochi giorni dopo il cda della banca, con i nuovi vertici Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, delibera due maxi-cause contro Deutsche Bank e Nomura per alcune operazioni finanziarie che avrebbero danneggiato l’istituto. La notizia filtra, i sospetti cadono anche su Rossi, che però risulta subito estraneo. Cinque giorni dopo, la morte precipitando dalla finestra del suo ufficio. Che ora, per i periti della Commissione d’inchiesta, è compatibile con un omicidio.
Quelle cause civili, per i cosiddetti «derivati» Santorini e Alexandria, e le conseguenti riscritture dei bilanci sono state tra le micce che hanno fatto esplodere lo scandalo Mps. Ma le sentenze di appello e Cassazione hanno dato pienamente ragione alla banca e ai banchieri imputati, sia di Siena come Mussari e l’ex direttore generale Antonio Vigni, sia degli istituti esteri. «Assolti perché il fatto non sussiste»: quelle operazioni non erano derivati ma normali contratti adottati da decine di banche nel mondo all’epoca; Mps non ci perse ma ci guadagnò; non c’era alcun contratto «occultato in cassaforte»; le indagini furono influenzate in parte da ricostruzioni «opache» provenienti dalla stessa banca tedesca.
Le ragioni vere del tracollo della banca vanno piuttosto cercate negli oltre 40 miliardi di crediti deteriorati, frutto anche di scelte clientelari, esplosi nella fase più acuta della crisi italiana nel 2012, e anche in una stretta regolamentare europea. E nella conseguente perdita di fiducia da parte di clienti e investitori. Perché mai in questo contesto sarebbe maturato un omicidio dentro la banca, dovrà essere ben spiegato. Altrimenti si rischia l’ennesimo polverone.
