arecchie assoluzioni, tante condanne. E, prima tra tutte, la sua. Quando giovedì pomeriggio dal televisore nella sua cella nel carcere di Opera Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, ha appreso della sentenza per il crollo del Ponte Morandi, gli sono bastati pochi attimi per capire che stava prendendo forma per lui il peggiore degli scenari possibili, quello che per otto anni aveva cercato di schivare.
Della tragedia del Ponte per la legge è lui il colpevole numero uno. Quello con la pena più alta. Il più alto in grado. Nella sentenza che lo condanna echeggiano le parole terribili usate contro di lui nella requisitoria del pm: «Qua siamo al massimo livello di colpa possibile. Perché si è comportato così l’allora amministratore delegato? Per profitto, prestigio personale, benefit vari, carriera. Perché gli piaceva garantire agli azionisti dividendi enormi». La Procura lo aveva ribattezzato Voldemort.
Un altro al suo posto avrebbe ceduto. Sta già scontando una condanna a sei anni per un altro disastro, quello di Acqualonga nel 2013. Tra un anno potrebbe chiedere l’affidamento. Ma ora incombe su di lui la nuova condanna per Genova. Per un uomo che giovedì prossimo compirà 67 anni, un tunnel molto lungo da attraversare. Ma Castellucci è un coriaceo, un tosto: come hanno spiegato anche i suoi sottoposti come Giovanni Mion, che lo hanno accusato - salvo poi ritrattare - di essere un accentratore forsennato. Ora nei tre metri quadri della sua cella Castellucci prepara la sua battaglia in appello. Convinto di avere dalla sua parte almeno due carte che, nell’interminabile processo di Genova, non hanno avuto, ritiene, lo spazio che meritavano.
La prima è una relazione vecchia di oltre trent’anni, il bilancio del 1994 di Autostrade. Carte dell’epoca in cui l’azienda era in mano allo Stato, il passaggio nelle mani dei Benetton sarebbe iniziato solo nel 1999. È in quel bilancio che si legge una frase netta: «Il nucleo principale dei lavori effettuati nell’anno è costituito da interventi di riparazioni generalizzate di ponti, viadotti e gallerie concentrate soprattutto sulle autostrade a maggiore densità di opere (aree genovese, tosco-emiliana, adriatica). Tra questi, il completo ripristino del viadotto Polcevera, sul quale si erano rilevati gravi danneggiamenti, che ha risolto uno dei problemi più seri dell’area genovese». Quando nel 2001 Castellucci entra in Autostrade come direttore generale sa che dei tanti problemi di una rete quasi sconfinata l’unico di cui non deve preoccuparsi è il Ponte Morandi. In realtà, lontano dagli occhi di tutti, il ponte si ammalava inesorabilmente. La salsedine penetrata nelle guaine consumava gli stralli che tenevano in piedi l’enorme struttura. Dov’era, Castellucci, intanto? Si girava dall’altra parte, pensando solo come dicono i pm - a «garantire agli azionisti dividendi enormi»? Qui entra in gioco l’altra carta che Castellucci vuole portarsi in appello, assai più recente. È la relazione della commissione ministeriale che nel settembre 2018, un mese dopo il crollo, deposita le sue conclusioni sulle cause del disastro.
Tre ipotesi, le prime due sbagliano clamorosamente e parlano di cedimento strutturale, solo la terza parla dello strallo 9 ma spiega che «questo cinematismo è ipotizzato sulla base di considerazioni analitiche, e non appare supportata da riprese video in possesso della Commissione».Neanche dall’esame delle macerie - dice Castellucci - emergeva la causa del crollo, che era nascosta sotto 35 centrimetri di cemento. «Come potevo saperlo io?».
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