C’è un genere di verità giudiziaria che in Italia si chiama sempre allo stesso modo: non luogo a procedere. È quella a cui si avvia il fascicolo sulla morte di Maurizio Rebuzzini, il critico fotografico 74enne trovato agonizzante il 17 settembre scorso sul ballatoio del suo studio-laboratorio di via Zuretti, non lontano dalla Stazione Centrale.
La sezione omicidi della squadra mobile di Milano si appresta a chiudere il caso su disposizione della pm Maria Cristina Ria. Mesi di sopralluoghi, tabulati telefonici, telecamere passate al setaccio fotogramma per fotogramma, il test del luminol nel laboratorio dove Rebuzzini aveva passato una vita a raccontare la fotografia italiana. Il risultato, nonostante il lavoro investigativo, sarà un’archiviazione, formulata con quella prudenza semantica che è la vera lingua ufficiale della giustizia: non ci sono elementi per affermare che l’uomo sia stato ucciso, ma non si può nemmeno escludere con certezza un gesto volontario compiuto in circostanze che restano, a oggi, poco chiare.
A trovare il padre fu il figlio, Filippo Rebuzzini, 44 anni, che quella sera chiamò il 118 dicendo che l’uomo si era sentito male. Ai cronisti disse allora che l’ipotesi omicidio gli sembrava remota, perché il padre «lo amavano tutti».
Nelle settimane successive, sulla sua posizione si è aperto un capitolo giudiziario distinto e autonomo rispetto al fascicolo sulla morte del padre: una denuncia per stalking e lesioni presentata da un vicino di casa, un divieto di avvicinamento e, dopo una successiva violazione contestata, l’aggravamento della misura fino alla custodia in carcere, disposta dal gip di Milano in un mercoledì di ottobre. Va precisato che questo procedimento riguarda fatti distinti dalla morte del padre, e non implica alcun collegamento accertato tra i due episodi.
Oggi Filippo Rebuzzini è di nuovo libero. Alcune foto pubblicate da amici sui social lo ritraggono in compagnia, a distanza di mesi da una vicenda giudiziaria e familiare che resta comunque segnata da diversi punti interrogativi: sulla morte del padre, sulle accuse che lo hanno riguardato, sull’esito finale che solo l’archiviazione formale potrà chiudere sulla carta.
Resta il contrasto, quello sì difficile da ignorare, tra i tempi lunghi e cauti della giustizia e la rapidità con cui, fuori dalle aule, la vita quotidiana torna semplicemente a scorrere.
