«Mi rifiuto di darla vinta a quello che loro hanno deciso di essere quella sera...». Davide Cavallo, lo studente di 22 anni aggredito per 50 euro da cinque coetanei in corso Como e ferito con una coltellata che gli aveva reciso il midollo spinale facendogli perdere l’uso delle gambe, si era alzato sulle sue stampelle e, durante la prima udienza, aveva abbracciato i suoi aggressori. Un formidabile gesto di perdono. Un segno di speranza, con l’odio che perde, la compassione che batte la rabbia che in questi tempi sembra la cifra che identifica un’adolescenza sempre più violenta. Ma la via è tortuosa. E per capirlo basta leggere ciò che scrive il Gip che ieri ha rigettato la richiesta dei domiciliari al 19enne Alessandro Chiani, uno degli aggressori già condannato in primo grado a 20 anni: «È cresciuto in un contesto famigliare sano e accudente - spiega il giudice -. La sua condotta delinquenziale non è frutto della marginalità sociale in cui crescono ragazzi abbandonati a sé stessi e nemmeno di fragilità educative. I genitori hanno avuto attenzione per i suoi bisogni e i fratelli avrebbero potuto costituire un punto di riferimento virtuoso: l’inclinazione ai reati e alla violenza è così la conseguenza di una libera scelta che lo hanno portato ad affrontare conseguenze penali gravissime pur di vedere soddisfatto il futile desiderio di autoaffermarsi agli occhi degli amici». Una decisione che apre a due riflessioni. La prima riguarda il ragazzo che, neppure di fronte al perdono della vittima, pare abbia mostrato un completo segno di pentimento. L’altra i genitori, nessuno escluso: con i figli si fa tutto il possibile e spesso anche di più per seguirli, educarli, proteggerli, tenerli lontani dai guai. Ma evidentemente non basta.

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